- Arcipelago Laogai - https://www.laogai.it -

La Cina e il suo futuro senza Google. Cosa cambierà?

Ora che lo strappo si è consumato, è il momento dei pronostici. Come sarà la Cina del dopo Google? Cambierà qualcosa adesso che il più grande provider di Internet, nonché una delle più floride realtà economiche del mondo, ha sbattuto la porta al gigante dell’Oriente?

La Cina – lo si è detto fino alla nausea – è un paese di contraddizioni. Opere faraoniche come dighe e grattacieli, sfide tecniche futuristiche come treni ad altissima velocità sono affiancate da una realtà povera ed arcaica, campagne sfiancate dalla fame, miniere di carbone che ricordano l’Inghilterra vittoriana.

Tra paradossi e crescita spettacolare, Pechino continua la sua strada, indirizzata verso quella che sembra una prossima egemonia mondiale. In questa ascesa apparentemente senza limiti, la politica “muscolare” del regime non è solo un mezzo di comodo, bensì un principio fondamentale, la legge incisa nel bronzo, che guida la “volontà di potenza” cinese. Il partito comunista è come sempre determinato a mantenere nelle proprie mani il potere assoluto sul paese. È per questo che, in fondo, malgrado la crescita e la visibilità internazionale, nell’agenda del governo al primo posto c’è ancora scritto “controllo politico”.

In questo quadro, lo storico braccio di ferro tra la compagnia americana e il regime che guida quasi un miliardo e mezzo di uomini, non poteva in fondo finire in altro modo. Il governo cinese non poteva, per la sua intrinseca natura, per le sue premesse, per le sue finalità, adeguarsi alle esigenze di Google, e dell’Occidente. D’altra arte, Google poteva scegliere: sottomettersi alla censura cinese o rinunciare alla più grande comunità mondiale di utenti di Internet. Ha scelto di andarsene.

E le conseguenze? L’abbandono di Google, secondo gli analisti, non determinerà gravi problemi per la Cina nel breve periodo. Eppure, realisticamente, nel medio lungo periodo la scelta potrebbe rivelarsi un grave handicap per il paese.

L’intransigenza di Pechino nel controllare il flusso di notizie può danneggiare in primo luogo i suoi legami con l’economia globale. Nella società della conoscenza, vince chi ha più informazioni e la Cina ha deciso di staccare la spina della maggiore fonte contemporanea di conoscenza. D’altro canto, numerose opportunità economiche ed industriali, andranno sicuramente in fumo dopo che la società di Larry Page e Serge Brin ha abbandonato il campo. E’ di questi giorni la notizia che il più grande colosso cinese delle telecomunicazioni, China Mobile, cancellerà, dopo pressioni governative, un accordo miliardario con Google. Infine, per terminare le riflessioni economiche, la dipartita del provider, sebbene possa sembrare paradossale, provocherà una stagnazione nella concorrenza ed un abbassamento, qualitativo e quantitativo della ricerca in campo informatico. Google è infatti fino ad oggi servito da stimolo e da traino, nonché da appaltatore, per una miriade di realtà industriali cinesi che adesso torneranno a dei profili naturalmente più bassi.

Infine, ma per il regime questo ultimo punto non ha nessuna importanza, l’affare Google ha senz’altro offuscato l’immagine mondiale della Cina. Alle tensioni diplomatiche che oppongono, secondo modalità più o meno discrete, Pechino alla totalità delle cancellerie occidentali (si veda Taiwan e Tibet), si aggiungerà, in maniera più pressante che in passato, il dossier delle libertà informatiche.

In questo senso, la battaglia tra Google e la Cina può essere vista come il terreno preparatorio per quell’opposizione, in passato larvata ma oggi sempre più esplicita, che oppone Pechino in primo luogo all’America, ed anche all’Occidente, su diritti umani [1], commercio, cambiamenti climatici e la declinante egemonia americana.

«Credo che Google ha avuto un qualche supporto dal governo degli Stati Uniti – ha detto Yan Xuetong, direttore dell’Istituto degli Studi Internazionali alla prestigiosa Università Tsinghua – Questo significa che il governo americano adotterà una politica più dura, più aggressiva nei confronti della Cina».

Fonte: Blitz Quotidiano, 13 aprile 2010