La Cina è il quinto investitore estero in Europa.

Oltre 3 miliardi investiti sulle società quotate italiane, pari al 6% dei denari che la Cina ha puntato sulla intera Europa. È questo il bilancio, parziale, dell’improvviso attivismo del colosso asiatico sulla piazza finanziaria di Milano.

Un attivismo che gli vale una posizione di primo piano anche in Europa dove, forte di 54 miliardi impegnati sulle borse del Vecchio Continente, la Cina è di fatto il quinto investitore estero. A distanza abissale dagli Stati Uniti,hanno un portafoglio di oltre 3.200 miliardi, ma a un passo dal Giappone (56 miliardi). Un’ascesa tanto più eclatante perché di fatto costruita principalmente nel ultimo anno.

Con una curiosità in più: nel nostro paese la Cina ha operato attraverso un unico braccio finanziario, People’s Bank of China, mentre nel resto d’Europa oltre 33 miliardi sono stati investiti direttamente dal Governo cinese e il resto è custodito principalmente nei fondi sovrani.

La banca centrale cinese, peraltro, non ha di fatto altre partecipazioni in Europa fatto salva una quota in una società norvegese, Dnb Asa, che arrotonda a 3,4 miliardi il portafoglio totale costruito dalla banca negli ultimi mesi.

L’ultimo acquisto compiuto da People’s Bank of China è emerso ieri. La banca ha raccolto il 2% di Saipem, una piccola operazione che vale attorno agli 80 milioni. Una mossa che, in aggiunta alle precedenti, ha permesso però alla banca centrale di costruire in poco tempo un portafoglio di tutto rispetto, paragonabile, in controvalore, a quello detenuto dal fondo Fidelity (il primo investitore in assoluto è Black Rock con quasi 19 miliardi).

Con la recente operazione, infatti, l’istituto ha puntato complessivamente 3,165 miliardi sulla borsa italiana. Quanto basta perché la banca sia, in assoluto, il dodicesimo investitore, in quanto a dote, della city milanese. Da aprile scorso, People’s Bank of China ha comprato il 2% dell’Enel, il 2,1% di Eni, il 2% delle Generali, il 2,1% di Telecom Italia, il 2% di Fca l’1,99% di Mediobanca , l’1,98% di Prysmian e ora il 2% si Saipem.

Come detto, questo insieme di partecipazioni vale, secondo un’elaborazione de Il Sole 24 Ore su dati S&P Capital IQ, il 6% degli investimenti totali compiuti dalla Cina in Europa.

L’unica altra banca centrale che ha una posizione di peso sul territorio italiano è Norges Bank che ha puntato sul paese attorno a 6,7 miliardi di euro. Norges Bank ha creato la sua “fortuna” in un arco di tempo decisamente più lungo.

Diversamente, la Cina ha fatto capolino in Italia solo a partire dalla primavera del 2014. Complice, forse, l’intensificarsi delle relazioni politiche sull’asse Roma-Pechino

Un attivismo nato in parte con il governo Letta, a partire dalla missione dell’ex ministro dello Sviluppo Economico, Flavio Zanonato, volato in Cina con una delegazione di imprenditori italiani a inizio gennaio. E certamente ribadito poi negli atti compiuti dal governo attuale. Il premier Matteo Renzi è andato in visita ufficiale a Pechino a giugno scorso e proprio in quell’occasione ha incontrato il numero uno della banca centrale Zhou Xiaochuan.

Successivamente, il 23 luglio il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, accompagnato dal direttore generale del Tesoro Vincenzo La Via e dal presidente e dal amministratore delegato di Cdp, Franco Bassanini e Giovanni Giorno Tempini, ha proseguito nei colloqui. Sfociati il 31 luglio successivo nella firma dell’accordo per l’ingresso di China State Grid in Cdp Reti con il 35% per 2,1 miliardi.

Oltre ai pacchetti nelle società quotate la Cina, recentemente, ha messo piede anche in alcuni asset strategici del paese. Prima dell’operazione Cdp Reti, Shanghai Electric, la più antica utility cinese, ha acquistato il 40% di Ansaldo Energia, leader nella costruzioni di centrali elettriche, dal Fondo strategico italiano. L’acquisizione si è chiusa a un valore attorno ai 400 milioni di euro.

Da inizio anno, dunque, tra asset quotati e non la Cina ha investito sull’Italia 5,8 miliardi di euro.

Una somma decisamente rilevante e attorno alla quale non sono mancati i dubbi.

Alcuni osservatori si sono interrogati sulla opportunità di aprire il capitale di aziende strategiche per il paese a partner cinesi.

Anche se, va detto, lo shopping in Italia di fatto conferma un trend che interessa tutta l’Europa.

Laura Galvagni – Il Sole 24 Ore – 31/12/2014

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