La Cina è il mercato che fa perdere più soldi: 748 miliardi di dollari

Le perdite sono quasi pari a quelle della Grade crisi del 1929. Il Politburo riafferma la necessità di alcune riforme economiche, fra cui una prudente politica monetaria e fiscale e il potenziamento del consumo interno. Per alcuni analisti c’è ottimismo, ma per altri, il mercato azionario cinese è “un animale morto”.

Pechino (AsiaNews) – In quattro anni la borsa cinese è caduta del 43%, distruggendo ricchezze per 748 miliardi di dollari, rimanendo seconda solo alla recessione al tempo della Grande crisi del ’29. I dati confermano ancora una volta che il modello cinese basato sui salari bassi e sull’esportazione non tiene più.

Secondo cifre pubblicate da Bloomberg, nel 2009 l’indice composito di Shanghai era raddoppiato in solo 10 mesi, grazie all’iniezione di uno stimolo anti-crisi del governo di 652 miliardi di dollari, usati per costruire aeroporti, strade, ferrovie, immobili. A quattro anni dalla performance, vi sono aeroporti chiusi, ferrovie che non portano a nulla, case vuote, strade che attendono qualcuno che le percorra. In questi giorni lo stesso indice è caduta del 43% rispetto al 2009, distruggendo circa 748 miliardi di valore di mercato.

Nel 2009 tutti i grandi analisti elogiavano la Cina che avrebbe battuto gli Stati Uniti in poco tempo, dopo aver superato Germania e Giappone. Ora la Cina si appresta a vedere l’espansione più bassa dal 1990, con il governo di Pechino che ha ordinato di chiudere oltre 1400 fabbriche. E questo senza contare le industrie private, chiuse per mancanza di prestiti da parte dello Stato.

Ieri il Politburo ha deciso di rendere stabile la crescita cinese operando alcune riforme economiche, fra cui una prudente politica monetaria e fiscale.

Nel 2008, all’inizio della crisi globale, la Cina è stata applaudita per il suo pacchetto di stimolo di circa 4mila miliardi di yuan, che hanno aiutato anche le altre economie, quasi dissanguate. Ma l’immissione di liquidità ha portato a speculazioni, a un’inflazione altissima, a enormi debiti nelle province. Ora il Politburo e il premier Li Keqiang vogliono trasformare la Cina in un Paese di consumatori, e non di esportatori soltanto, con uno yuan artificialmente tenuto basso.

Intanto, però, il mercato azionario è definito da alcuni “un animale morto”, che non produce ricchezza.
Per quasi 30 anni la Cina ha avuto in media una crescita annua del 10% e più. Quest’anno essa rischia perfino di non raggiungere la previsione governativa del 7,5%.

Di fronte a tutti i segnali in ribasso – produzione industriale, prestiti bancari, crescita, ecc… – alcuni analisti rimangono ottimisti: “Ala maggior parte del mondo – afferma Ken Fisher della Fisher investments – piacerebbe avere un tasso di crescita come questo minimo cinese. Noi siamo ottimisti sulla Cina”

AsiaNews, 31 Luglio 2013

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