La Cina delle 1000 1 città fantasma

Da fine settembre, la Cina è diventata una nazione urbanizzata. Per la prima volta nella storia, oltre il 50 per cento della popolazione vive in città. Ciò significa che 700 milioni di persone hanno abbandonato le campagne, dove vent’anni fa risiedevano quattro cinesi su cinque. È la più impressionante migrazione interna mai vista dall’umanità. Nel 2005 si erano spostati in 350 milioni, più degli abitanti degli Stati Uniti. Entro il 2015 si concentrerà nelle nuove metropoli oltre un miliardo di persone. Una velocità senza precedenti: entro tre anni la Cina conterà 230 città con oltre un milione di residenti (l’Europa ne ha 35). Il numero dei grattacieli costruiti negli ultimi cinque anni copre una superficie pari a dieci volte New York, ed entro il 2020 la seconda potenza economica del mondo vanterà quattro megalopoli da 80 milioni di individui l’una. Perché i cinesi, da sempre contadini, hanno improvvisamente scelto di cambiare vita e di abbandonare il luogo dove sono nati? La ragione è semplice: lo ha deciso il partito comunista. Trent’anni fa il paese doveva trasformarsi nella fabbrica del mondo, e i coltivatori di riso si sono reinventati operai per l’Occidente. Oggi la Cina punta a diventare il nuovo mercato globale, e gli operai, schiacciati dal tramonto finanziario di Europa e Usa, devono mutarsi in consumatori. Il potere cinese può contare sulla stabilità interna solo se la crescita del Pil resta oltre l’8 per cento l’anno. Come realizzare la crescita infinita? Creando metropoli in grado di alimentare insaziabili centri commerciali, convicendo i contadini-operai a evolversi in impiegati-consumatori e rendendo edificabili i territori occupati dalle campagne. L’effetto è devastante. Nel 2008, per salvare l’economia nazionale dalla prima crisi di Europa e Usa, Pechino ha stanziato 600 miliardi in opere pubbliche. I governi locali, indebitati fino al collo con le banche di Stato, sono diventati i principali mediatori di immobili e terreni, requisiti con la forza. Risultato? Migliaia di grattacieli e centinaia di metropoli in costruzione ovunque, anche nel deserto e sugli altopiani dell’Himalaya, e la più numerosa popolazione del mondo per la prima volta tenuta al guinzaglio non con la paura politica, ma con l’incubo dei mutui per la casa e l’auto. Ordos è l’icona delle città-fantasma della nuova Cina urbanizzata, progettate per alimentare gli istituti di credito pubblici, mantenere artificialmente alti i valori immobiliari e generare una massa sufficiente di consumi. Non è però l’unica finzione della globalizzazione asiatica, il palcoscenico del comunismo di mercato, dove 28mila deportati dai campi sono costretti a vagare tra distese di cantieri pensati per due milioni di residenti. A Qingshuihe, nello Shaanxi, dopo investimenti da sei miliardi per una città modello sorta dal nulla, i quartieri già venduti sono stati abbandonati per assenza di abitanti. A Huaxi è stato appena inaugurato il primo grattacielo al mondo dove le autorità hanno costretto a trasferirsi un intero villaggio contadino di duemila persone. La promessa di “risparmiare terra da coltivare” si è rivelata uno straordinario inganno. Gli esempi sono infiniti, e chi assiste alla crescita della metropoli-Cina si chiede come questo epocale e incontrollabile passaggio muterà i rapporti economici, il destino della razza umana e l’idea di convivenza sociale. Alla crisi di una civiltà e alla distruzione della natura potrebbe succedere un altro “grande balzo in avanti” della scienza, della politica e della conservazione delle risorse ambientali. Oggi però il profilo della Cina è quello impresso in un’immagine famosa: una fantastica autostrada a otto corsie, appena asfaltata, che all’improvviso si interrompe dentro un’antica coltivazione di tè.

Giampaolo Visetti

Fonte: La Repubblica delle donne, 22 ottobre 2011

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