La Cina crollerà sotto i rifiuti e i detriti della sua crescita edilizia?

Secondo una recente inchiesta pubblicata su Novethic «In Cina, più del 90% dei rifiuti industriali non sono riciclati. Miliardi di tonnellate di rifiuti prodotti dai grandi cantieri avviati in questi ultimi anni si ammassano in discariche selvagge ed inquinano la terra e le falde freatiche». Stéphane Pambrun racconta del più importante impianto di ritrattamento dei rifiuti cinese, quello in costruzione a Binhai, inaugurato questo mese vicino a Tianjin, che ormai costituisce un’unica megalopoli con Pechino e le loro città satelliti. Un impianto che ogni giorno inghiottirà 2.000 tonnellate di spazzatura per trasformarla per lo più in elettricità: 146 milioni di Kilowatts all’ora ogni anno. «Più di 13 ettari di alta tecnologia che dovrebbero permettere di alleggerire un po’ il fardello di queste province costiere che crollano sotto i rifiuti domestici e soprattutto industriali – scrive Novethic – Ma l’impianto di ritrattamento di Binhai (che sembrerebbe più un inceneritore, ndr) resta l’albero che nasconde la foresta». Infatti oltre il 90% dei detriti prodotti dall’enorme costruzione/ricostruzione della Cina – la corsa economica cinese, che si incarna in bei grattacieli e nella speculazione edilizia, nelle cinture di anonimi palazzoni che ospitano l’esodo rurale dei cinesi più poveri che vivono di deviti nelle periferie tentacolari di metropoli fuse – finisce nelle discariche a cielo aperto. Miliardi di tonnellate di detriti che segnano la strada di una nuova espansione che nemmeno il regime comunista riesce (e forse non sa e non vuole) ad arginare. Chen Jialong, dell’istituto d’ingegneria civile di Pechino, spiega a Pambrun che «La maggior parte dei rifiuti proviene dai cantieri edili e sono ammucchiati illegalmente nei dintorni delle grandi città. Inquinano e pongono gravi problemi. Proprio come i rifiuti domestici, hanno un impatto negativo sull’ambiente». Certo visto dal Paese del dramma farsesco dei rifiuti di Napoli e del dramma nascosto dei rifiuti industriali che avvelenano un bel pezzo di Campania, visto dal Paese delle micro discariche edili che fioriscono nonostante ci siano leggi che favoriscono il riciclo degli inerti, dal Paese dove nessuno sa che fine faccia la maggioranza dei rifiuti speciali, la situazione cinese sembra familiare. Ma l’origine è così vicina da rendere il problema dei rifiuti cinesi una metafora di una crescita così irresistibile da diventare insostenibile, perché ormai sostenuta da pesanti iniezioni di cemento. «Dopo il gigantesco piano di rilancio dell’economia cinese, più di 461 miliardi di euro, si sono cominciati a vedere gli effetti perversi di questo afflusso di capitali – spiega Novethic –  L’essenziale dei fondi è andato ai lavori delle infrastrutture. Ponti, strade, ferrovie, complessi residenziali ed uffici sono spuntati come funghi. Attualmente, sono in costruzione 36 milioni di alloggi sociali, un centinaio di aeroporti e migliaia di chilometri di ferrovie. Senza contare i 2 miliardi di m2 di uffici e appartamenti costruiti ogni anno. Gli escavatori e le gru sono fioriti un po’ dappertutto. Risultato: il Paese inghiotte il 40% del cemento e dell’acciaio prodotto nel mondo. La Cina non è altro che un gigantesco cantiere». Il rapido passaggio dalla produzione industriale alla speculazione edilizia è evidenziato anche da un altro dato: nel 2010 il 23% degli investimenti stranieri in Cina sono andati nel settore immobiliare, un tasso che resta ben al di sopra del 10% degli ultimo 10 anni, con una rapidissima crescita degli investimenti dopo il 2006. E quello che l’Amministrazione dei cambi cinese ha definito il 16 giugno “denaro caldo”, annunciando un rafforzamento dei controlli sul flusso transfrontaliero dei capitali per evitare speculazioni che facciano scoppiare la bolla edilizia già sul punto di esplodere più volte. E ‘l’altra faccia della medaglia di una crescita industriale rapidamente trasformatasi in speculazione e rendita e che nessuno aveva previsto qualcosa per trattare e riciclare i miliardi di tonnellate di detriti e rifiuti prodotti da questa gigantesca e selvaggia riscrittura urbanistica, sociale ed economica della Cina. Nella sola Pechino, su 100 milioni di tonnellate di rifiuti prodotti ogni giorno, il  40% proviene dai cantieri edili, una quota sette volte più alta della media dei Paesi industrializzati occidentali. «Ma solamente il 5% di questi rifiuti è trattato secondo la legge ed appena l’1% riciclato». I  confini della quinta periferica di Pechino sono diventati una ininterrotta discarica all’aperto, la muraglia polverosa e inquinata che nasconde una vera e propria catastrofe ecologica che Pambrun descrive così: «Il metallo così abbandonato arrugginisce e contamina il suolo e le falde freatiche. Anche il cemento inquina, liberando importanti livelli di carbonato di calcio. L’acidità dei suoli aumenta e le coltivazioni diventano impossibili». Anche se a Pechino il mercato immobiliare si è raffreddato grazie ad una serie di misure per limitare la fiammata dei prezzi delle case, 4,52 milioni di m2 di edifici sono stati venduti nei primi 5 mesi del 2011, un calo del 26% rispetto al 2010, di questi 3,12 milioni di m2 sono alloggi, un calo del 29,8%. Ma nonostante tutto a Pechino nel settore edile affluiscono sempre più capitali: tra gennaio e maggio 91,56 miliardi di yan sono stati investiti in progetti immobiliari, il 4,1% in più rispetto al 2010 e il 51,9% degli investimenti “produttivi” della capitale cinese. Circa 54,19 miliardi di yuan sono stati investiti in progetti per appartamenti e uffici, con un aumento del  23,8%. Gli scarti di tutto questo finiscono nella sterminata e sconosciuta periferia della capitale cinese, dove le discariche abusive sono centinaia e dove cavi, blocchi di cemento, mattoni, detriti di ogni genere e pericolosità sono ammucchiati ovunque. «Di che far vivere un esercito di piccoli riciclatori – scrive Novethic – Soprattutto di che inquinare i suoli per diverse generazioni». E tutto questo in un regime dittatoriale che ha una legislazione che obbliga tutti i produttori a riciclare i loro rifiuti… Ma nella Cina comunista-turbocapitalita che tiene sotto controllo e spesso sotto chiave  i suoi pochi dissidenti, che censura persino internet, che reprime senza pietà le lotte contadine e il nascente movimento operaio delle città-fabbrica, quelle leggi restano lettera morta, buone per i Piani quinquennali e per le adunate parlamentari, per la retorica dei festeggiamenti del novantesimo anniversario della fondazione del Partito comunista cinese e della crescita armoniosa. Tutti sanno, ma nessuno vede e punisce, che le imprese abbandonano clandestinamente i loro detriti per risparmiare sui costi di costruzione. Il modello cinese in questo senso ha molto di italiano: le leggi ci sono ma i centri di ritrattamento dei rifiuti sono ancora una rarità e l’impianto modello di Binhai è un’oasi tecnologica in un deserto: il più importante centro per i rifiuti di Pechino, la Yuantaida Buildings Materials Science and Technology Corporation, tratta solo tra 300.000 e 500.000 tonnellate di rifiuti all’anno, mentre ne potrebbe riciclare tre volte di più. Secondo Wu Jianmin, il direttore del centro della Yuantaida, «I costruttori sono ancora reticenti a conferirci i loro rifiuti perché i nostri costi appesantiscono la loro fattura. Abbiamo difficoltà anche ad essere redditizi perché, per esempio,  i mattoni che produciamo a partire dai rifiuti riciclati sono più cari dei materiali classici. Non siamo ancora abbastanza competitivi». La crescita armoniosa cinese rischia di finire in discarica abusive se il governo non affronta davvero la questione. Solo una legge più stringente, con obblighi veri e fatti rispettare, con controlli e quote di riciclo e riuso delle materie e un adeguamento infrastrutturale potrà evitare alla Cina una nuova catastrofe ecologica annunciata. Ma si tratta di iniziative che il governo tarda a prendere e ad applicare, per paura di mettere in seria difficoltà la sua formidabile crescita economica che ha sempre più fondamenta di cemento armato costruite spesso dai miliardari rampolli di quella classe dirigente comunista che dovrebbe mettere regole e limiti.

Umberto Mazzantini

Fonte: Greenreport.it, 22 giugno 2011

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