La Cina confina con Grecia e Portogallo

Il primo test delle promesse di Pechino non si farà attendere. Domani, il Tesoro portoghese realizzerà una maxi-asta di titoli del proprio debito pubblico e si aspetta la conferma delle parole pronunciate dal presidente cinese Hu Jintao, in visita a Lisbona nel fine settimana. Veramente Hu Jintao ha detto, più in generale, che la Cina «è disponibile a sostenere, attraverso misure concrete, gli sforzi del Portogallo per far fronte all’impatto della crisi finanziaria». Ma i precedenti della Spagna, dove i cinesi hanno acquistato titoli di stato nei mesi scorsi, e della Grecia, dove pure hanno promesso un sostegno, fanno sperare alle autorità portoghesi di cavarsela, con l’aiuto di Pechino, senza dover ricorrere all’intervento dell’Unione europea e del Fondo monetario, come ha dovuto fare Atene nel maggio scorso. In apparenza, si tratta di un gioco a parti invertite, in cui dai fratelli (fratellastri?) europei, i paesi della periferia d’Europa debbono andare con il cappello in mano, promettendo bilanci di sudore e lacrime per ottenere, in cambio di un aiuto, anche severe reprimende, mentre la generosità di uno sconosciuto arriva senza la zavorra di pesanti condizioni. In realtà, si tratta di una partita che Pechino sta giocando su uno scacchiere più ampio e con un orizzonte di più lungo periodo, una partita di caccia all’influenza geopolitica, ma soprattutto alle risorse naturali di cui la vigorosa crescita cinese deve alimentarsi. E che infatti è cominciata, prima che in Europa, con forti investimenti in Africa e in America latina. Più che dalla diversificazione delle loro ingenti riserve in titoli di Stato portoghesi, l’interesse dei cinesi per il Portogallo è dettato dagli stretti legami commerciali che questo ha con alcuni dei paesi più ricchi di materie prime, come il Brasile, l’Angola e il Mozambico. I nuovi amici della periferia d’Europa guardano ben oltre Lisbona.

Fonte: Il Sole 24 Ore, 9 novembre 2010

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