La Cina blocca Google: le testimonianze della repressione digitale

«Perfavore, entra nella mia posta elettronica di Google e inoltrami tutto…». Il fiume di proteste è sgorgato impetuoso su Twitter, ma ora da Pechino e Shanghai si susseguono sms e mail di questo tenore di amici che vivono laggiù e sono stati colti alla sprovvista dal blocco di diversi servizi della piattaforma del motore di ricerca americano. Sia il popolarissimo Gmail, che Google Apps che permette di accedere a diversi strumenti, Google Docs e Google Reader, il quale consente la lettura di moltissimi volumi e documenti online.
«Da qualche giorno si parlava di un rischio di sospensioni – spiega un residente europeo di Shanghai – ma non questo sembra effettivamente più pervasivo e lungo dei rallentamenti che spesso si verificano».
Il blocco, iniziato il 24 giugno alle 20.15 circa interessa sia la versione internazionale che quella in cinese del motore di ricerca e non è una novità nella Repubblica Popolare Cinese che oggi con 300 milioni di utenti internet può vantare la più grande popolazione online del mondo. Durante il recente anniversario delle proteste di Piazza Tienammen, anche i servizi di microblogging come Twitter e Bing avevano subito disattivazioni temporanee. I rallentamenti e blocchi sulla piattaforma di Google si sono intensificati nelle ultime 48 ore in tutta la Cina continentale, ma le sue cause rimangono ancora senza spiegazione da parte dell’azienda americana che ha comunicato di essere al lavoro per identificare il problema.

Le autorità di Pechino rilanciano intanto le accuse all’azienda di Mountainview di infrazione delle leggi cinesi contro la diffusione di materiale pornografico. Lo scorso Gennaio Google, insieme ad altri 18 dei maggiori portali web, era stata identificata dal governo cinese come fonte di link a materiale illegale che avrebbero dovuto essere rimossi.

Lo scontro tra i portali web internazionali e il governo cinese fa parte di un dibattito che ha attirato anche gli strali della Casa Bianca poiché Pechino vorrebbe rendere obbligatorio l’installazione di un softare di filtraggio in grado di blindare l’accesso a contenuti pornografici e violenti, “Green Dam Youth Escort” su tutti i pc venduti nel Paese a partire dal primo Luglio. Il software è stato già ampiamente criticato perché mal scritto e pieno di bachi poiché probabilmente copiato da un concorrente americano, ma soprattutto sembra pericoloso perché ridurrebbe la sicurezza e la privacy degli utenti della rete. Il provvedimento, inoltre, è considerato contrario agli accordi Wto e rischierebbe di pregiudicare la competitività delle aziende che operano nella Repubblica popolare.

fonte: Il sole24 ore, 25 giugno 2009

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