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La Cina attacca la politica monetaria Usa

di Beniamino Natale

PECHINO – La Cina arriva al G20 di Seul rafforzata dalla conquista di una posizione più forte nel Fondo Monetario Internazionale (Fmi) a spese dell’ Europa – decisa la settimana scorsa – ma rischia di trovarsi sotto accusa per la sua politica monetaria. Per evitare di essere messa sulla difensiva, Pechino ha scelto di attaccare. La decisione della Federal Reserve (Fed, la banca centrale degli Usa) di immettere nella stagnante economia americana 600 miliardi di dollari – ha detto oggi presentando la posizione cinese il vice ministro delle finanze Zhu Guangyao – potrebbe provocare uno “shock” nei Paesi “emergenti”, inondandoli di capitali liquidi, aggravando il pericolo di inflazione e deprimendo le loro esportazioni. Si tratta, in sostanza, di un rovesciamento delle accuse rivoltegli dagli Usa e da altri Paesi occidentali, secondo i quali Pechino tiene artificialmente basso il tasso di cambio della sua valuta, lo yuan, per spingere le proprie esportazioni, che rimangono il motore della prepotente crescita economica degli ultimi anni. A Seul la Cina sarà rappresentata dal presidente Hu Jintao, fresco della nomina di “uomo più potente del mondo” conferitagli dalla rivista Forbes nella sua classifica annuale.

Hu è reduce da visite in Francia e Portogallo, dove ha firmato importanti accordi economici (20 miliardi a Parigi, una cifra imprecisata a Lisbona). In Portogallo il “nuovo imperatore” ha confermato l’ impegno della Cina, già espresso nei suoi accordi economici con la Grecia, ad aiutare “alcune delle economie europee più fragili” a riprendersi, secondo l’ agenzia Nuova Cina. A Parigi, ha sostenuto il vice ministro degli esteri signora Fu Ying, la Cina e la Francia “hanno trovato un terreno comune sul problema dei tassi cambio”. Hu Jintao, secondo il vice ministro, avrebbe convinto i francesi che “l’ avanzo commerciale è provocato da fattori strutturali e non dal tasso di cambio” dello yuan. Zhu Guangyao ha sostenuto che la politica della Fed di immettere denaro fresco nell’ economia – chiamata “quantitative easing” o “Qe2” nel gergo degli economisti – “era giustificata nel 2009 perché “nell’ economia globale la liquidità era scarsa”, ma metterla in atto oggi significa “non aver preso pienamente in considerazione lo shock di un eccessivo afflusso di capitali sulla stabilità finanziaria dei mercati emergenti”. La Fed ha deciso di acquistare 600 miliardi di titoli di Stato, operazione che verrà condotta stampando moneta e abbassando il valore del dollaro. Le perplessità della Cina sulla manovra sono state condivise non solo da altri Paesi emergenti come il Brasile e la Russia, ma anche da alcuni Paesi ad economia “matura” come la Germania che temono che il basso valore del dollaro porti ad una “guerra delle valute”, vale a dire a una serie di svalutazioni competitive. Per difendere il “Qe2” si é scomodato oggi il presidente americano Barack Obama. Da New Delhi, dove è in visita, Obama ha affermato che “il compito della Fed, il mio compito, è quello di far crescere la nostra economia. E questo non è un bene solo per noi, ma per tutto il mondo”.

Pechino è cosciente che il suo avanzo commerciale – e quindi il tasso di cambio dello yuan – non è un problema solo per gli Usa ma per tutto il mondo, compresi Paesi emergenti come l’ India e la Thailandia, che non riescono a tenere al livello basso imposto dalla Cina i prezzi delle loro esportazioni. Il pressing cinese ha già ottenuto un risultato: gli Usa hanno infatti annunciato che a Seul non proporranno, come avevano affermato in un primo momento, un limite “quantitativo” del 4% agli avanzi commerciali. Ciò non toglie che lo yuan sarà al centro delle discussioni. Il surplus della Cina nel 2011, ha sostenuto il ministro del commercio Chen Deming, “sarà gestibile”. “Penso che il commercio estero della Cina continuerà a crescere ma la crescita non sarà molto forte”, ha aggiunto.
Fonte: Ansa, 8/11/2010