La ciberguerra: fra Stati Uniti e Cina rapporti sempre più tesi

Sarà una coincidenza, ma, come scrivevano  i nostri maestri di vita, le coincidenze non arrivano mai per caso. Nel momento in cui si acuiscono le tensioni tra Stati Uniti e Cina, il colosso economico asiatico ha notevolmente diminuito il rastrellamento dei bond a stelle a strisce.

Una decisione che risente ovviamente del momento negativo dell’economia statunitense, impaludata nei flussi di una recessione senza precedenti, con un debito pubblico gigantesco e un crollo occupazionale drammatico. Una situazione che ha scoraggiato gli investitori mondiali tra i quali cinesi, i quali a parte la posizione che occupano nello score mondiale, possono disporre del maggiore flusso di denaro.  Per molti anni i cinesi hanno fatto razzia dei titoli americani, anche quando la crisi dei Subprime era all’apice e già aveva prodotto guasti notevoli all’economia di tutto il mondo. E’ vero che Pechino resta il maggiore detentore di titoli degli Stati Uniti, con 789,6 miliardi di dollari, seguito dal Giappone (757), ma nei primi mesi del 2009 ne ha acquistati soltanto, si fa per dire, 62 miliardi. Che rappresenta appena il 4,6 per cento dei nuovi titoli di Stato emessi dal governo di Washington. Una percentuale ben lontana da quella raggiunta dalla Cina, con il record del 47,4 per cento del 2006, ma nel 2008 aveva acquistato il 20 per cento dei titoli americani. La brusca frenata è da ascrivere non soltanto a problemi di stretta natura economica, ma anche alle notevoli tensioni che hanno contraddistinto i rapporti fra i due colossi economici. Uno malato da tempo e precipitato in una crisi  senza precedenti, forse anche per certi aspetti peggiore di quella del ’29; l’altro che rappresenta l’economia più dinamica del continente, anche perché può contare su una iperproduzione viziata dallo sfruttamento del lavoro nei campi di concentramento e dal lavoro nero, pagato con salari irrisori. Altri evidenti motivi di frizione si devono cogliere nel diverso atteggiamento, emerso anche nel recente vertice di Copenaghen, sulle misure da adottare per contenere il cataclisma ambientale, la questione dei rapporti, che Washington intrattiene con Formosa, nonostante le minacce di Pechino, la politica aggressiva e imperialista cinese in Africa e il dumping commerciale attraverso il quale il Made in China ha invaso tutto il mondo . A deteriorare ulteriormente i rapporti tra le due maggiori economie del mondo, hanno contribuito le polemiche legate alla censura cinese su Google e gli attacchi degli hacker nei confronti di alcuni clienti del colosso informatico californiano. Una presa di posizione così determinata da parte di Washington non era nelle previsioni; la casa Bianca, il segretario di Stato sono scesi in campo criticando duramente l’atteggiamento di Pechino senza ricorrere ad alcun tipo di cautela diplomatica nel difendere  i diritti e la libertà del popolo dei navigatori.  Ma in gioco non è soltanto una battaglia di libertà ma anche un enorme business e il controllo di quello che sarà destinato a diventare il maggior mercato hi-tech del pianeta.  Un mercato in rapida espansione che Pechino non intende assolutamente cedere ai due maggiori motori di ricerca presenti nel Paese asiatico: Google e Yaooh!, ma affidarlo a Baidu il gigante cinese in forte espansione che vorrebbe assumere la leadership nel settore.

Gianluigi Indri

Condividi:

Stampa questo articolo Stampa questo articolo
Condizioni di utilizzo - Terms of use
Potete liberamente stampare e far circolare tutti gli articoli pubblicati su LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, ma per favore citate la fonte.
Feel free to copy and share all article on LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, but please quote the source.
Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 3.0 Internazionale.