La causa del popolo tibetano

In Tibet oggi c’è un tasso di disoccupazione spaventoso e chi ha la fortuna di avere un lavoro percepisce mediamente il 40% in meno rispetto ai coloni cinesi. Ci sono tuttavia segnali positivi che vengono dalle azioni di protesta e dallo sciopero ad oltranza dei contadini nelle province orientali.

Oggi tra i giovani tibetani che vivono nelle città il tasso di disoccupazione raggiunge ormai l’80%. E se anche riescono a trovare un lavoro la loro retribuzione è mediamente inferiore del 40% a quella corrisposta ai figli dei coloni cinesi.
Disoccupati o con un salario da fame vengono cacciati, con le loro famiglie, dai centri storici per fare posto alle nuove costruzioni destinate alla nomenklatura. In questo contesto da vero e proprio apartheid per chi rimane in città la vita si è fatta impossibile e la maggior parte delle famiglie deve sopravvivere con un redito annuo inferiore ai 2000,00 Yuan.
L’inflazione, che ha raggiunto nel 2008 livelli record, ha poi falcidiato i già bassi salari riducendo ulteriormente il tenore di vita dei tibetani. E nelle campagne le cose non vanno certo meglio.

Fermare la deportazione dei contadini e dei pastori nomadi

Nei mesi scorsi il Partito Comunista Cinese ha emanato un provvedimento che impone ai pastori nomadi ed ai contadini di trasferirsi, a loro spese, nei “gulag” realizzati in zone facilmente controllabili dalle forze di sicurezza cinesi.
Nei “villaggi socialisti” non c’è spazio per greggi ed armenti ed i tibetani sono quindi costretti a svendere bestiame ed animali da cortile, loro unica fonte di sostentamento, prima di “trasferirsi” nei nuovi campi di concentramento.
Mentre chi avrà osato sfidare l’ingiunzione governativa si vedrà radere al suolo la vecchia abitazione.
E questo è solo l’inizio della deportazione di tutti i pastori, di tutti i contadini che ancora vivono nelle campagne del Tibet.
Se l’esperimento avrà successo presto sorgeranno ovunque “insediamenti moderni” dove i nativi verranno “invitati” a trasferirsi pena l’arresto ed il sequestro di tutti i beni.
2.500.000 di tibetani, oltre un terzo della popolazione, rischiano quindi la deportazione !
Dopo l’inaugurazione della ferrovia, che ha già portato in Tibet decine di migliaia di nuovi coloni, oggi assistiamo alla più grande deportazione di massa dai tempi della Russia sovietica.
I contadini ed i pastori che non sono ancora stati deportati nei nuovi “villaggi socialisti” si vedono espropriare la terra in cambio di indennizzi simbolici che spesso non vengono nemmeno corrisposti.
Tra i tibetani il tasso di alfabetizzazione è crollato in quanto le famiglie non sono più in grado di pagare gli studi ai figli.
L’assistenza sanitaria è garantita solo a quanti possono pagare cure e medicinali che per noi hanno costi proibitivi. La previdenza semplicemente non esiste.

Il Tibet appartiene ai tibetani, la terra appartiene a chi la lavora

Oggi la resistenza tibetana ha compiuto un grande salto di qualità organizzando lo sciopero ad oltranza dei contadini nelle province orientali.
Ai giovani tibetani di Lhasa, ai religiosi in rivolta in tutti i principali monasteri oggi si uniscono migliaia di agricoltori poveri che hanno saputo dare vita ad una straordinaria mobilitazione contro l’occupante.
Per la prima volta nella storia del Tibet i lavoratori della terra sono scesi in sciopero assumendo la guida del movimento insurrezionale; uno “sciopero politico” che rivendica la liberazione di tutti gli arrestati ed il ritiro delle truppe di occupazione.
Lo sciopero iniziato ai primi di Marzo ha visto una massiccia adesione nei villaggi di  Jiwariwa, Dragan, Tsanbha, Ambha, Godha, Dhotrengdha, Ketreng, Jodha, Washul, Gazi, Shilu, Nguldha, Thartse, Bhothang, Khathang, Rongsum.
Nonostante una repressione feroce (sono oltre cento i giovani contadini arrestati e torturati dalla polizia politica comunista nelle ultime settimane) e ben consci del fatto che se anche riusciranno a sfuggire all’arresto dovranno affrontare grandi rinunce per via del raccolto ormai compromesso, gli agricoltori non danno segni di cedimento e spingono altri lavoratori ad emulare la loro lotta non violenta.
E a nulla sono valsi gli appelli dei commissari politici comunisti e dei collaborazionisti, dentro e fuori del Tibet, per fermare la lotta.
Si sono così finalmente gettate le basi per la creazione di una opposizione sociale che sarà vittoriosa nella misura in cui sapremo dare vita ad un grande sindacato libero di tutti i lavoratori e le lavoratrici del Tibet.
Non è irrealistico pensare che la protesta dei contadini tibetani  possa ora saldarsi con la ribellione dei contadini cinesi che si vedono “espropriare” la terra dai funzionari di partito e ogni giorno si scontrano con gli apparati repressivi del regime.
Inoltre è bene ricordare che nei mesi scorsi milioni di lavoratori migranti sono stati costretti a tornare ai loro villaggi dopo essere stati espulsi dalle aziende in crisi.
Il sindacato di stato non ha voluto o potuto fare nulla per loro ed ora,  senza le rimesse dei migranti, intere comunità rurali non avranno più di che sostenersi.
Questo esercito industriale di riserva in rotta non ha più alcuna speranza di trovare una nuova occupazione nelle campagne impoverite e, senza reddito e senza tutele, potrebbe anche decidere che è giunto il momento della resa dei conti con il regime.

Organizzarsi per lottare contro lo sfruttamento e la dominazione coloniale cinese

Riteniamo sia necessario superare l’eroico spontaneismo che ha caratterizzato questa stagione di rivolte e dare vita ad un sindacato indipendente di tutti i tibetani, di tutti i settori produttivi, che unifichi e organizzi l’azione di protesta.
Pur tra mille difficoltà e con il sacrificio di molte vite abbiamo dimostrato che siamo in grado di fronteggiare l’ultima potenza coloniale ed il suo apparato repressivo.
Adesso grazie al sostegno, alla solidarietà dei Sindacati dei Paesi liberi possiamo cercare di dare speranza ai milioni di tibetani che non hanno ancora trovato il coraggio di ribellarsi.
Dobbiamo poter dimostrare nei fatti che la lotta paga e che ribellarsi è possibile.
Ci sono uomini e donne determinati a sacrificare anche la vita nella lotta per la libertà e la giustizia sociale e con l’aiuto del movimento sindacale internazionale saremo vittoriosi!

Per un Tibet indipendente e democratico

Dopo i tragici fatti della scorsa primavera molti compatrioti hanno finalmente compreso che la lotta di liberazione sarà una lotta di lunga durata in quanto gli autocrati di Pechino hanno appreso la lezione impartita dal crollo dell’U.R.S.S. e non intendono ripetere gli stessi errori del PCUS.
Noi guardiamo con interesse all’esperienza polacca di Solidarnosc che ci ha insegnato che occorre costruire nella clandestinità una rete capillare che sia in grado di organizzare forme di disobbedienza civile, scioperi e dimostrazioni ; azioni risolute ma che, nel limite del possibile, non espongano la nostra gente alla rappresaglia dei comunisti cinesi.
Ma se non sapremo costruire alleanze i pur coraggiosi patrioti avranno scarse possibilità di rovesciare il regime.
Ci sono altri popoli, altre nazioni, colonizzate dalla Repubblica Popolare Cinese. Uomini e donne che sentono come noi inaccettabile l’oppressione di un regime sanguinario.
Occorre quindi costruire un Fronte Unico di tutta l’opposizione, politica e sociale, dal Turkestan Orientale al Tibet, dalla Mongolia del Sud alla Manciuria.
Unire le forze e definire una strategia condivisa che possa finalmente abbattere la dittatura del Partito Comunista Cinese.
Inoltre bisogna stabilire relazioni amichevoli con i lavoratori ed i democratici cinesi e creare le condizioni per un franco dibattito circa il futuro delle Nazioni e dei Popoli oggi colonizzati da Pechino.
Noi riteniamo che debba essere il Popolo Tibetano a decidere liberamente del proprio futuro.
A questo fine le Nazioni Unite avranno il dovere di organizzare in tutti i territori occupati un referendum per certificare la volontà dei tibetani di riappropriarsi del loro Paese e della loro Libertà. Esercitando così il loro inalienabile diritto all’autodeterminazione.

Viva la Giusta Lotta del Popolo Tibetano!
Viva il Libero Sindacato dei Lavoratori Tibetani!

Fonte: DossierTibet, 31 ottobre 2009

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