La Cambogia vende alla Cina 20 rifugiati uighuri. Il prezzo? 1,2 miliardi di dollari

Ha fatto il giro del mondo la notizia dei venti uighuri che la Cambogia ha improvvisamente deciso di rimandare in Cina. Si tratta di cittadini dello Xinjiang, la regione dell’ovest che da decenni Pechino cerca di “cinesizzare”, distruggendo ed annullando la cultura locale e la religione mussulmana, ritenute una minaccia alla sicurezza e all’unità nazionale.

Dopo le violenze interetniche del luglio scorso un gruppo di ventidue uighuri è scappato dallo Xinjiang e ha chiesto asilo politico alle Nazioni Unite e il riconoscimento dello status come rifugiati.

I musulmani cinesi si sono diretti in Cambogia, e dopo cinque mesi di residenza sono stati espulsi perché “entrati nel paese illegalmente”, ha precisato Khieu Sopheak, portavoce del ministero degli interni di Phonm Penh.

A tornare in Cina saranno però solo venti uighuri, dal momento che due componenti del gruppo originario risultano attualmente dispersi.

Inutili le proteste del Centro cambogiano per i Diritti Umani, dell’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’Onu (Unhcr) e degli Stati Uniti. Phom Penh ha obbedito a Pechino, infischiandosene della Convenzione sui Rifugiati firmata nel 1951 che le vieta di rimandare i profughi in un paese in cui potrebbero essere perseguitati.

Per la Cina, naturalmente, gli ughuri – e in modo particolare quelli residenti all’estero – sono criminali, e Pechino ha il dovere di rimpatriare i suoi cittadini “pericolosi”.

Ma le vicende cambogiane dei giorni successivi alla deportazione dimostrano che l’arrendevolezza di Phom Penh ha un’origine ben precisa: il desiderio di accaparrarsi, in tempi di crisi economica, contratti commerciali per un valore di 1,2 miliardi di dollari.

Si tratta di prestiti e accordi bilaterali che coprono tutti i settori dell’economia cambogiana, ha fatto sapere alla stampa il portavoce del governo Khieu Kanharith.

“In base alla legge cinese questi ventidue uighuri sono criminali, e in quanto tali li abbiamo rispediti in Cina”, ha ripetuto il portavoce di Phom Penh.

Non importa se, una volta tornati a Pechino, verranno condannati, torturati o uccisi per aver cercato di preservare la propria identità.

Fonte: Panorama.it, 23 dicembre 2009

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