La battaglia per la democrazia in Cina sta cambiando passo

La voglia di democrazia e di diritti umani per tutti prende sempre più piede in Cina, dove dissidenti e attivisti non hanno più paura di chiedere al regime chiarezza sui casi di abusi e non temono più di nascondere i loro compagni di lotta per preservarli dalle vendette del governo. Che però,  a questa nuova pagina della storia sociale cinese, reagisce con la consueta ondata di repressione e di violazioni. I segnali di questa nuova fase sono molteplici. Un gruppo di avvocati della Cina continentale e di Hong Kong ha scritto una lettera aperta al governo per chiedere di riaprire le indagini sulla morte “incidentale” del dissidente Li Wangyang, definita dalla polizia un “suicidio” nonostante molte prove dicano il contrario. Inoltre, gli amici di Li Guizhi – attivista cieca fuggita da una prigione illegale in cui era stata rinchiusa dopo aver chiesto giustizia per il figlio morto – sono riusciti a nasconderla agli occhi della polizia. Allo stesso tempo, però, le autorità cinesi hanno imprigionato una coppia di dissidenti che aveva partecipato alla marcia per la democrazia e i diritti umani nel Territorio – il tradizionale appuntamento del 1° luglio – e li ha condannati a un anno di reclusione. E gli annuali Dialoghi sino-americani per i diritti umani, che si sono aperti ieri a Washington, sembrano condannati anche quest’anno a non portare a nulla: le prossime elezioni americane e il cambio della guardia a Pechino (appuntamenti previsti per ottobre e novembre) hanno tolto ogni parvenza di utilità agli incontri. Il caso della morte di Li Wangyang è quello più emblematico. Li, sindacalista sin dai primi anni ’80 del secolo scorso, ha passato 13 anni in carcere con l’accusa di essere un “controrivoluzionario” per aver guidato una federazione indipendente di lavoratori a Shaoyang durante le manifestazioni del 1989. Dopo il suo rilascio, avvenuto nel 2000 per motivi medici, è stato condannato ad altri 10 anni per “sovversione”. Il suo cadavere è stato ritrovato impiccato lo scorso 6 giugno in una stanza di ospedale mentre era sotto il controllo delle autorità in occasione dell’anniversario del massacro di Tiananmen, che cade il 4 giugno. La protesta sociale che ha travolto la Cina ha costretto le autorità a riaprire il caso, ma questo non ha concluso nulla. Ora, dieci legali scrivono all’Assemblea nazionale del Popolo per sottolineare le “conclusioni illogiche della polizia. Li era quasi cieco ed era molto debole: è impossibile che abbia compiuto quei complicati movimenti che hanno portato alla sua morte. Inoltre è stato cremato subito dopo il ritrovamento nonostante le obiezioni della famiglia, e questo va contro le leggi e le procedure nazionali”. Wang Quanping, avvocato e firmatario della lettera che vive nella provincia del Guangdong, spiega: “Li era un combattente per la libertà. Ha passato più di 20 anni in galera ma non ha mai abbandonato i suoi ideali e i suoi sogni. Ora, dopo il suo rilascio, si sarebbe ucciso. Ma nessuno crede a questa storia”. Come sottolinea Lin Qilei, avvocato di Pechino, si tratta di una procedura standard: “Ho avuto molti casi simili a questo. Molti miei clienti sono morti in maniera misteriosa sotto il controllo della polizia, che li ha sempre chiamati suicidi. Ma la morte di Li ha cambiato le cose: non possiamo più accettare questa situazione, dobbiamo intraprendere misure sistematiche per eliminare questo modo di fare”. Tuttavia, la risposta del regime alle richieste di libertà è sempre la stessa. Le autorità della provincia del Jiangxi hanno condannato ieri a 1 anno di lavori forzati Song Ningsheng e Zeng Jiuzi, dissidenti impegnati in una battaglia per la giustizia dopo la morte delle mogli, decedute in ospedali clandestini. I due si erano recati a Hong Kong per unirsi ai 400mila che hanno marciato il primo luglio per chiedere a Pechino democrazia e diritti umani. In tutto questo, l’incontro fra le autorità cinesi e quelle americane a Washington per l’annuale Dialogo sui diritti umani sembra destinato a non produrre frutti. I gruppi per i diritti umani che operano in America hanno chiesto al governo Obama di fare pressione sulla Cina affinché interrompa la repressione in Tibet e quella nei confronti dei diritti umani nel Paese. Ma le prossime scadenze elettorali negli Stati Uniti, che a novembre voteranno per il prossimo presidente, e il Congresso del Partito comunista di ottobre che darà il via alla Quinta generazione di leader rendono questo incontro privo di peso politico.

Fonte: Asia News, 24 luglio 2012

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