La «Tigre» angolana ha un segreto: un milione di schiavi cinesi

Segnaliamo un eccellente articolo-denuncia di Luigi Guelpa dal titolo ‘Miracolo economico: la “Tigre” angolana ha un segreto: un milione di schiavi cinesi’, uscito su “il Giornale” di Domenica 10 Gennaio 2010, che svela la reale connessione tra l’impero comunista cinese e la dittatura di quel Paese satellite africano.   

Una cortina di omertà mediatica sembra impedire la conoscenza dell’espansionismo cinese in Africa (vedi http://www.laogai.it/?p=14117 ) e le complicità suicide dell’Europa che detassa le importazioni dei prodotti del lavoro forzato e del lavoro minorile (vedi  http://www.laogai.it/?p=15404 ).

L’Angola vuole cambiare immagine e perdere l’ingombrante marchio di Paese in cui per oltre un quarto di secolo si è consumata una sanguinosa e inconcludente guerra civile. L’organizzazione della Coppa d’Africa di calcio, al via oggi, non è altro che un’abile manovra del presidente-ingegnere, ed ex muratore, José Eduardo Dos Santos per mostrare al mondo un paese paradiso del liberismo e della crescita economica.

Come in ogni dittatura che si rispetti Dos Santos rivela però ciò che gli fa comodo, tra il luccichio di una ventina di hotel di lusso, centri commerciali e palazzi in vetro che stanno trasformando la capitale Luanda nella Dubai d’Africa. Potere del petrolio e di una manodopera a basso costo, anzi a costo zero, perché i quattro stadi che ospitano la kermesse continentale e tutte le infrastrutture di contorno, dalle ferrovie alle autostrade, sono stati realizzati da circa un milione di deportati cinesi.
È questa l’altra faccia della medaglia, quella dell’imbarazzo che non fa certo comodo svelare a Dos Santos. L’accordo del 2007 col primo ministro Wen Jiabao è qualcosa che non solo calpesta i diritti e la dignità umana, ma che andrebbe sanzionato dall’Onu. Pechino ha venduto, nel vero senso della parola, schiavi per la ricostruzione dell’Angola. Un vero e proprio contratto messo nero su bianco e sancito dai soldi di quel petrolio di cui l’ex colonia portoghese è il secondo produttore d’Africa dopo la Nigeria. I cinesi vivono in condizioni disumane nelle tendopoli costruite letteralmente sul fango delle periferie delle quattro città dove si svolge la Coppa. A Luanda, Cabinda, Benguela e Lubango, si è lavorato giorno e notte a ritmi infernali per allestire stadi nuovi di zecca dove si esibiranno i piedi buoni di Eto’o, Drogba o Essien.
La manovalanza è composta da galeotti, alcuni sono comuni delinquenti macchiatisi di omicidi o furti, altri invece detenuti politici, come medici, professori, avvocati o studenti avversi al regime di Jiabao. L’ignobile affare è stato reciproco: la Cina ha liberato carceri sovraffollate intascando un bel gruzzoletto e l’Angola l’ha risparmiato adoperando migliaia di braccia a costo zero. Questo è lo scenario a poche ore dal fischio di inizio del match che vedrà i padroni di casa, conosciuti con il nome di battaglia di Palancas Negras (le antilopi nere), affrontare il Mali di Sissoko e Kanoute all’Estádio 11 de Novembro, rigorosamente made in China.
Dietro il miracolo della «Tigre d’Africa», come è stata definita dagli economisti, si nasconde un altro aspetto aberrante, la prostituzione minorile. Al recente mondiale di calcio Under 17 in Nigeria il governo di Umaru Yaradua, rastrellò case di appuntamento e marciapiedi per offrire a tifosi e giornalisti l’immagine di un paese quantomeno decoroso. Ciò non accade invece in Angola dove, anzi, il mercato del sesso a pagamento diventa quasi una sorta di accessorio necessario per i forestieri che assisteranno all’evento sportivo. Sotto questo aspetto Luanda purtroppo non ha nulla da invidiare alla Bangkok delle tentazioni proibite.

Fonte: Il Giornale, 12 gennaio 2010

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