L’ondata degli scioperi arriva a Shanghai

Nuovi scioperi agitano il mondo del lavoro cinese, arrivando questa volta sul delta del fiume Yangtze. Centinaia di operai si sono scontrati lo scorso 7 giugno davanti alla loro fabbrica contro i poliziotti della città di Shanghai, che cercavano di costringerli con la forza a interrompere un sit-in. Allo stesso tempo, lo sciopero dei lavoratori Honda della città di Foshan non accenna a fermarsi: i 250 operai che hanno incrociato le braccia (su 300 lavoratori totali) sono arrivati al terzo giorno di proteste, attorniati dalla polizia.

I manifestanti dicono di essere stati ispirati dalle due settimane di sciopero dei loro colleghi del settore manifatturiero, che sono riusciti a ottenere un aumento di circa 500 yuan. Gli operai chiedono, oltre all’aumento salariale, anche la rimozione del proprio rappresentante sindacale. Questi, dicono, “fa parte della dirigenza della fabbrica e quindi non può fare il sindacalista”. In Cina esistono sulla carta i sindacati, ma sono sotto lo stretto controllo del Partito e quindi del governo.

Geoffrey Crothall, portavoce del China Labour Bulletin con base a Hong Kong, spiega che la presenza degli agenti e gli scontri con gli operai sembrano oramai parte inscindibile del nuovo scontro sociale: “Non c’è dubbio che il malcontento dei lavoratori e il loro attivismo ‘sindacale’ siano aumentati nel corso dello scorso anno. Non si tratta soltanto della Cina meridionale: arrivano notizie di scioperi anche dalle province centrali e dal delta dello Yangtze. E non sono soltanto i giovani, dato che gli operai a fermarsi sono anche persone di mezza età”.

Secondo il funzionario, “l’attivismo dei lavoratori procede però a ondate: nel 2008 ci fu un grosso aumento delle proteste, ma la crisi economica successiva ha calmato le acque. Ora che la situazione migliora, gli operai vogliono la loro parte dei profitti. Fino a che verranno pagati in maniera ridicola, con salari che non permettono neanche la sopravvivenza, continueranno a manifestare per i propri diritti”.

Il governo centrale, che più di ogni altra cosa teme le proteste sociali – unico movimento teoricamente in grado di rovesciare il Partito comunista – sta cercando blande soluzioni al problema. Da quattro settimane, ad esempio, il governativo Quotidiano del Popolo pubblica editoriali di fuoco in cui invita le dirigenze aziendale a rispondere in maniera positiva alle giuste richieste dei lavoratori. Tuttavia, non permette la creazione di sindacati autonomi e reprime con la forza coloro che si oppongono allo strapotere delle aziende.

La situazione sembra peggiorare, dato che dopo i casi della Honda e della Foxconn (la società teatro di almeno 13 suicidi), il governo ha deciso di usare la forza. Oltre alla presenza di agenti in tutti i luoghi di sciopero, iniziano ad arrivare le prime notizie di violenze interne alle fabbriche. I lavoratori della Kok International – azienda taiwanese di stanza a Kunshan, nel Jiangsu – denunciano violenze indiscriminate compiute nei loro confronti da sedicenti “addetti alla sicurezza”, che volevano fermare delle proteste interne (v. foto).

Fonte: AsiaNews, 9 giugno 2010

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