L’Fmi si unisce al resto del mondo: “Pechino rivaluti lo yuan”

La Cina “deve permettere alla propria moneta di rivalutarsi secondo il mercato”, mentre il Giappone “deve prepararsi ad allargare molto il proprio pacchetto di stimolo all’economia, dato che si sgancia sempre di più dalla Cina”. Sono i principali consigli contenuti nel World Economic Outlook, il rapporto semestrale del Fondo monetario internazionale pubblicato ieri. Nel frattempo il governo degli Stati Uniti ha annunciato di essere “quasi pronto” a prendere una decisione sulla questione della valuta cinese, che agita da almeno un anno i rapporti bilaterali.

Secondo l’Fmi il Giappone – con la sua “tentata” ripresa economica, ancora vacillante – è un’eccezione per la regione. Il resto dell’Asia infatti, dicono i tecnici dell’agenzia sopranazionale, “sta guidando la ripresa della finanza globale”. L’espansione sempre più forte del continente “è guidata dal consumo e dagli investimenti che avvengono in Cina e India: questo significa che i politici di buona parte del mondo dovrebbero al più presto pronunciarsi a favore di tassi di cambio più forti rispetto agli attuali”.

Questo perché “le valute di molte economie emergenti dell’Asia rimangono sottostimate. È questo è in sostanza il caso dello yuan, la moneta cinese. Il Gruppo delle 20 nazioni industrializzate o in via di sviluppo, che si riunisce oggi a Washington, dovrebbe discutere di politiche coordinate per aiutare la ripresa. È essenziale che Pechino risponda alle richieste del mondo, che vogliono una nuova politica valutaria”.

Al momento, Pechino scambia 1 dollaro con 6,83 yuan: si tratta di un cambio deciso nel luglio 2008 e da allora mantenuto bloccato. Secondo economisti ed analisti occidentali, la scelta di non rivalutare la moneta mantiene di fatto la Cina ai primi posti, su scala mondiale, per competitività economica. Inoltre, l’enorme riserva di debito pubblico americano nelle casse cinesi continua a crescere di valore proprio perché a cambio fisso: rivalutando lo yuan, come chiede primo fra tutti Barack Obama, decurterebbe di un terzo la cifra totale.

Il braccio di ferro fra i due Paesi sulla questione si protrae da molto tempo. Entrambi i presidenti hanno dalla loro argomenti convincenti: il mercato privilegiato dell’export cinese è infatti quello americano, mentre Washington ha bisogno del sostegno di Pechino per fermare in sede Onu l’Iran. Fra accordi di vario tipo, una soluzione non sembra essere ancora a portata di mano.

Per questo, il Dipartimento americano del Commercio potrebbe decidere questa settimana se lanciare o meno un’inchiesta di proporzioni imponenti sulle importazioni di alluminio dalla Cina. Il materiale, fondamentale nel settore edile e in quello automobilistico, è competitivo proprio perché a basso costo: gli acquirenti americani hanno chiesto al governo di indagare se questo costo “non derivi da una manipolazione valutaria”. In questo caso, chiedono che Washington “risponda per le rime”.

Fonte: AsiaNews, 22 aprile 2010

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