L’eroismo di Google e la paura della Cina

Obama e Hillary Clinton vogliono la fine della censura su internet. Ma la Cina non è disposta a allentare la presa sulla censura, fondamentale per il mantenimento della dittatura del Partito comunista. A rischio i rapporti fra le due nazioni, mentre gli attivisti per i diritti umani applaudono.
Non si placa la tensione fra Cina e Stati Uniti dopo gli attacchi contro Google. Un portavoce della Casa Bianca ha detto ieri che il presidente Obama è “preoccupato” per quanto avvenuto alla compagnia americana e aspetta “alcune risposte” dalla Cina, minacciando “conseguenze” per coloro che sono responsabili dell’attacco. Il commento del presidente giunge il giorno dopo che la Cina ha denunciato come “dannoso” un discorso di Hillary Clinton sulla libertà nella rete internet – che accusa Pechino – e ha detto che esso rischia di mettere in crisi le relazioni fra i due Paesi.
Intanto Google continua ad offrire ai suoi utenti cinesi materiale senza censura, nell’attesa di ridiscutere con Pechino gli accordi per la sua presenza in Cina. La compagnia americana è pronta anche a chiudere i suoi uffici in Cina. Attualmente Google possiede almeno un terzo del mercato cinese di internet. La sua principale rivale, Baidu, sostenuta dal governo come l’anti-Google, copre invece il 60%. Ma la maggioranza degli utenti di Google sono persone con un alto livello di educazione, sono concentrati nelle città e hanno un buon salario medio. Lo scorso anno i laureati utenti della compagnia americana erano quattro volte quelli di Baidu. Pubblichiamo di seguito il nostro editoriale (pubblicato anche sul quotidiano “Avvenire” (23/1/2010).
Le diatribe scoppiate in questi giorni fra Google e la Cina e poi fra Washington e Pechino sono un messaggio importante per l’intera comunità internazionale. A metà mese il gigante di internet ha scoperto che i suoi sistemi in Cina sono stati violati da alcuni hacker locali (forse su commissione del governo di Pechino), che sono riusciti a rubare indirizzi e-mail e dati su dissidenti cinesi. Google ha ritenuto che questo era troppo. La compagnia americana aveva già accettato una buona dose di censura entrando nel mercato cinese nel 2006: filtraggio delle notizie critiche del Partito comunista; cancellazione di temi legati a Tibet, Taiwan, Falun Gong, persecuzione religiosa, ecc… Al tempo, la scelta di Google era stata criticata dai cybernauti come un tradimento della libertà della rete, uno dei principi sbandierati dalla stessa compagnia che si è difesa dicendo che “un po’ di informazione libera è meglio che niente”.
Frustrata dalla incontentabile censura cinese, ora Google vuole riconsiderare il suo rapporto con le autorità e da circa una settimana ha tolto ogni filtro alle sue informazioni, con grande gioia di milioni di cinesi che finalmente trovano con facilità notizie sul massacro di Tiananmen, le violenze contro il Dalai Lama e gli uiguri, le accuse di corruzione nel Partito. Fra i cinesi c’è però il timore che Pechino non demorderà e costringerà Google a sottomettersi ancora alla censura o a uscire dal mercato cinese.
Il gesto di Google ha dell’eroico. Fino ad ora tutte le compagnie di internet (insieme a Google, Microsoft, Yahoo, Skype, Cisco, ecc…) avevano accettato per amore del mercato cinese (ad oggi 384 milioni di internauti) una dose di censura. A quanto pare Google si è accorta che la Cina come ogni dittatura, non è mai soddisfatta e domanda una sottomissione sempre maggiore. È possibile che dietro questa “umiliazione” delle compagnie straniere, vi sia un modo per dare più spazio alle compagnie cinesi come Baidu, che sta soffrendo per la grande crisi economica e che mal sopporta la concorrenza alla pari.
La causa di Google è stata sposata da Hillary Clinton che due giorni fa ha accusato la Cina (e qualche altro Paese) di erigere un “nuovo Muro di Berlino” con la censura su internet. Il ministero degli esteri di Pechino ha riposto con durezza rivendicando il voler seguire le proprie leggi su internet e giudicando l’intervento della Clinton “dannoso” ai rapporti fra Cina e Usa.
Anche per la Clinton si può parlare di “conversione” o ripensamento. Solo un anno fa, a Pechino ha messo in chiaro ai giornalisti che la sua amministrazione avrebbe discusso con la Cina su tutto, ma senza mettere in crisi i rapporti economici. Forse però anche la Clinton si è accorta che la Cina vuole sempre di più e al silenzio di Washington sul Dalai Lama, gli uiguri, l’arresto di dissidenti non corrisponde un’apertura altrettanto generosa sull’economia, che in Cina è ancora molto protetta. Fino ad ora erano in molti a scommettere che le aperture economiche avrebbero portato più libertà nel Paese. Ora ci si accorge che anche le poche aperture economiche sono sottomesse al Partito, che distribuisce la sua ricchezza come vuole, ma sempre e solo a chi sostiene la sua supremazia. Le compagnie di internet, per esempio, sono stufe di vedersi soffiare i contratti col governo e i suoi torrenziali contributi con il favoreggiamento delle ditte cinesi.
Gli scontri di Google e della Clinton con la Cina segnano la fine dell’omertà, del nascondere le violazioni ai diritti umani in Cina in cambio di succosi contratti economici. Ci si è accorti che dove la libertà di informazione è minata, prima o poi, anche la libertà di commercio è azzoppata e l’unica via per lavorare con la Cina è costituire un gruppo “mafioso” con essa.
I più felici di questa diatriba sono gli attivisti per i diritti umani. Molti cinesi, alla notizia della presa di posizione di Google, hanno inscenato veglie a lume di candela e deposto fiori davanti alla sede pechinese della compagnia. Diversi blogger hanno inneggiato a Google e hanno domandato la libertà per Hu Jia e per Liu Xiaobo, due attivisti condannati a 4 e a 11 anni proprio per aver diffuso su internet le loro idee di democrazia e la fine del Partito unico. Il controllo su internet è l’unico modo per tenere sottomessa la popolazione e la censura è il metodo per mantenere il potere. L’informazione, si sa, è potere; la mancanza di informazione sostiene la dittatura.
Fonte: AsiaNews, 23 gennaio 2010

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