KOLYMA AUTSCHWITZ LAOGAI

Succede spesso, alla fine dei nostri convegni, che uno sprovveduto si alzi in piedi e chieda al relatore o all’ex torturato presente: “Lei crede che il regime comunista di Pechino si possa riformare o cambiare del tutto? Lei crede che i laogai si possono chiudere?”

Esistono sempre i miglioristi, malati di infantile ottimismo. Dobbiamo ripetere fino allo spasimo che il lager è funzionale allo stato totalitario, perché è la prova visibile della mostruosa didattica usata contro gli oppositori del governo e perché fornisce manodopera a costi minimi.

Fu subito così con Lenin, inventore del gulag sovietico già nel maggio 1918. Fu così con Hitler (i cui campi appena svuotati furono di nuovo riempiti dall’URSS ) nel 1933. E’ stato così anche dopo, da Mao (1949) a Hu Jintao ancor oggi.

Lo scandalo del lavoro forzato continua ancora oggi nei territori che gravitano più strettamente nell’orbita della Cina: Birmania, Corea del Nord etc…,se non si procede in modo più spiccio e sanguinario come nel Darfour. Lo scandalo dell’ingiusta detenzione (chi giudica chi? Il carnefice giudica il credente?) è sostenuto dalla sostanziale connivenza dell’ Occidente, che, in nome del commercio di smisurate proporzioni, non ha preso, né mai pensato di prendere, iniziative contro la sistematica violazione dei diritti umani. Non è mai stato posto alla Cina un serio aut-aut, ma solo un flebile e inascoltato biascicamento.

Secondo i documentari o i racconti di viaggio che la RAI manda in onda a notte alta la Cina sembra un paese ordinato e lieto e, se ha qualche macchia sul volto, questa è dovuta ai disattenti spettatori.  La realtà dell’odierna Cina invece affiora nei romanzi di Yu Hua, come “Arricchirsi è glorioso” (Feltrinelli). Vicende elementari di stomaci pieni e vuoti, di spaghetti semplici o spaghetti ai tre sapori, gabinetti pubblici, funzionari di partito pronti prima di tutto a farsi comprare. Dimensione morale che non esiste, se non come potere su di un altro. Il paesaggio è desolato e la dimensione esclusivamente materiale, come in ogni cultura ignara della sacralità della vita.

Lasciamo però la letteratura e torniamo alla geo-politica. La Cina invece di essere contrastata per la brutalità dei suoi metodi all’interno, si adorna all’esterno indisturbata di splendide “collane” .  Alla collana di perle rosse, formata in Africa dalla sua penetrazione negli stati rivieraschi, ha aggiunto le perle dell’America Latina e da ultimo ha infilato la collana (string of pearls) dal Mar Cinese Meridionale al Golfo Persico attraverso lo Stretto di Malacca e lo Sri Lanka. La vittima designata è ora l’India perché tutte le collane diventano all’occasione cappi intorno al collo.

La Cina oggi ha abbandonato l’ideologia per la prassi del mercato? Non mi sembra. Ha sostituito l’ideologia comunista, che permane nella struttura mafiosa e poliziesca a sostegno dello stato, con l’ideologia evergreen dell’imperialismo politico economico tardo ottocentesco, ma ormai a dimensione planetaria.

Mustela Rixosa

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