Kim Cheol-woong, il pianista che vuole riunificare la Corea del Nord e del Sud

L’artista era il primo pianoforte dell’Orchestra sinfonica di Pyongyang, ma è fuggito dopo aver realizzato che la Corea del Nord “è l’unico posto al mondo dove anche l’arte deve servire la repressione”. Impegnato nella battaglia per i diritti umani nel suo Paese d’origine, suona “per mostrare che i nostri popoli non si odiano”.

Seoul- Su questo pianeta “esiste una sola nazione dove non puoi cantare anche se hai una bocca, ascoltare anche se hai le orecchie, suonare anche se hai le dita. E questa nazione è la Corea del Nord”. Con questa frase il pianista nordcoreano Kim Cheol-woong ha chiuso ieri il suo concerto alla Haechi Hall di Seoul, organizzato dall’Alleanza per i diritti umani in Corea del Nord nell’ambito di una raccolta fondi.

Durante l’esibizione Kim, 39 anni, ha spiegato al pubblico presente come vive un musicista nel suo Paese d’origine e perché la musica può divenire uno strumento per la riunificazione delle due Coree, “l’unica strada verso la pace in Asia”. Il musicista, che proviene da una famiglia dell’elite di Pyongyang, non ha nascosto i suoi privilegi di nascita: “Se non vieni dagli alti ranghi della società, in Corea del Nord non puoi neanche pensare di divenire un artista”.

Tuttavia, l’arte secondo Pyongyang ha dei canoni molto diversi da quella di tutto il resto del mondo: “Nella terza classe ho dovuto imparare a suonare un pezzo intitolato ‘Scherzo per l’esercito rivoluzionario’. Andando avanti con il tempo mi hanno imposto cosa suonare e cosa non suonare, quando e in che modo farlo. Sono diventato primo pianista dell’Orchestra sinfonica dello Stato, ma dovevo suonare solo melodie patriottiche e militari. E solo per i nostri leader”.

Una notte però decide di suonare altro e, credendo di essere solo, si lancia in una versione di un pezzo jazz del francese Clayderman: “Mi hanno preso e portato all’Ufficio di sicurezza nazionale. Lì mi hanno imposto di ‘confessare’ e scrivere un’autocritica per ‘denunciare un’attività borghese’. Ho capito che dovevo andarmene e sono scappato”.

La fuga non è stata facile. Come tanti altri nordcoreani, decide di varcare il fiume Tumen ed entrare in maniera illegale in Cina: qui è costretto a lavorare come servo in una famiglia cinese della zona, che non lo denuncia alle autorità [Pechino e Pyongyang hanno un accordo di rimpatrio forzato per gli esuli – ndr] in cambio della sua schiavitù.

La prima volta che vede di nuovo un pianoforte è in una vecchia missione cristiana in Cina: “Era in condizioni terribili, ma fu meraviglioso. Degli 88 tasti, 50 non facevano alcun suono. Tuttavia l’ho suonato e mi sono messo a piangere”. Nel 2001 riesce a entrare in Corea del Sud: da allora insegna musica al conservatorio e si impegna per i diritti umani in Corea del Nord.

“A Pyongyang non esiste il concetto di diritti umani – ha concluso Kim prima di congedarsi dal pubblico – e ho capito che dovevo fare di più per far crescere la consapevolezza mondiale riguardo quella situazione. Attraverso la musica cerco di sottolineare che fra Sud e Nord non c’è odio come dicono i nostri leader, ma solo qualche differenza causata dall’isolamento. Spero di riuscire nel mio compito”.

AsiaNews, 15 Luglio 2013

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