Justin Hifun Lin: un premio al “modello” cinese?

I nostri colleghi di Washington ci hanno inoltrato un’accorata e-mail che hanno ricevuto dalla Cina. In essa alcuni dissidenti, che per motivi ovvi di sicurezza non possiamo nominare, hanno vigorosamente protestato per la candidatura al Nobel per l’economia ricevuta da Justin Hifun Lin.

Secondo i nostri corrispondenti dalla Cina si tratterebbe di un membro del Partito Comunista Cinese, già disertore dall’esercito di Taiwan, che ha fatto carriera e ottenuto gloria perché profondamente e ciecamente asservito al potere del regime dittatoriale. E’ perciò grazie alle “raccomandazioni”, che Lin ha ottenuto titoli accademici di prestigio sia in patria che all’estero. Sempre grazie alle pressioni di Pechino è attualmente “Chief Economist” e “Senior Vice President” alla Banca Mondiale. Visitando il sito della stessa si può accedere al suo blog dove parla di sviluppo sostenibile per i paesi poveri nel mondo, senza mai accennare ai problemi etici e dei diritti umani.

La cosa che sorprende i collaboratori di Harry Wu, è che Lin “insegna” lo sviluppo partendo dal “modello” cinese, quasi fosse merito suo e delle sue teorie economiche ( che invece sono della fine degli anni Ottanta, a “boom” già avvenuto) e senza – ovviamente – tener conto dei lati oscuri della Cina che hanno in realtà dato una grossa spinta allo sviluppo stesso, a cominciare dallo spietato sfruttamento dei lavoratori dentro e fuori dai laogai.

Come ben sappiamo dall’assenza del pluralismo politico e dalla mancanza di separazione dei poteri deriva un sistema burocratico elefantiaco e fortemente corrotto. Le posizioni di potere sono comprate e vendute a ogni livello. Ne consegue la sistematica violazione della dignità dell’uomo e dei suoi diritti, la persecuzione delle minoranze delle religioni e di ogni dissenso.

La ricerca del profitto a qualsiasi costo, nel contesto di sopra accennato, ha causato seri problemi di inquinamento ambientale e alimentare, con conseguenze gravissime per la salute degli individui (soprattutto – ovviamente – poveri).

Ma anche da un punto di vista strettamente economico il “modello” cinese non merita di essere esportato: l’inflazione è alle stelle, la disoccupazione in crescita, e la massa dei poveri e senza diritti  e senza previdenza soverchia di gran lunga la sfera di ricchi vicina al Partito e dei pochi ricchissimi che gravitano nelle alte sfere dello stesso.

Né pare la Cina sia proprio così aperta al mercato come si dice comunemente in Occidente: la proprietà delle terre e delle case della gente comune non è affatto tutelata, vengono addirittura confiscate le eredità a chi non ha la “protezione” politica adeguata; della proprietà dei marchi e dei brevetti non se ne parla nemmeno (basti vedere come copiano e falsificano spudoratamente anche i beni che arrivano a valanghe nei nostri porti). Né è tanto libero il mercato se per esempio il governo ha il potere di bloccare le importazioni di pesce dalla Norvegia, per aver assegnato il Nobel per la Pace 2010 a Liu Xiaobo.

I nostri collaboratori concludono la loro lettera con un appello all’Occidente affinché non venga assegnato il Nobel a Lin: sarebbe un segno di rispetto per i tanti dissidenti detenuti in Cina, vittime di quel “modello” che Lin vorrebbe esportare.

Noi sottoscriviamo con tutto il cuore la loro richiesta. Temiamo però che, con il potere economico che esercita a livello mondiale, il “modello” cinese trovi modo anche di “comprare” un premio che servirebbe tra l’altro a lenire il bruciore dell’onta provocata dalla vicenda di Liu Xiaobo.

FRP

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