Jung Chang: testimonianza sui Laogai e la Terra dell’Amianto

La scrittrice cinese Jung Chang, prima studentessa cinese ad uscire dalla Cina alla morte di Mao, nonché biografa di quest’ultimo (è suo il libro Mao, la storia sconosciuta), nel romanzo autobiografico Cigni Selvatici, racconta il suo primo incontro con i laogai, durante un viaggio del 1969 alla volta delle campagne, dove tutti gli studenti cinesi erano stati reindirizzati proprio in quell’anno.

Jung Chang scrive: “Il secondo giorno entrammo in una zona chiamata Terra dell’Amianto, dal nome del suo prodotto principale. A un certo punto, fra le montagne, il nostro convoglio dovette fermarsi per permetterci di andare alla toilette, che consisteva in due capanni di fango dentro i quali c’erano due latrine rotonde ricoperte di larve d’insetti. Ma se lo spettacolo all’interno della toilette era rivoltante, quello che vidi fuori era spaventoso: i volti degli operai erano cerei, del colore del piombo, e privi di qualunque espressione. Terrorizzata , chiesi a Dong-an, uno dei membri della squadra di propaganda – un giovanotto piuttosto piacevole che aveva il compito di portarci a destinazione – chi fossero quelle persone simili a zombie, e lui mi rispose che erano internati di un campo laogai. Dato che l’amianto è un materiale tossico, nelle miniere lavoravano i condannati ai lavori forzati, con misure sanitarie o di sicurezza ridotte al minimo”.

La testimonianza di Jung Chang trova conferma anche nei resoconti della Laogai Research Foundation, il cui fondatore, Harry Wu, sopravvissuto a 19 anni nei campi di lavoro, parla di condizioni di vita e lavoro inumane per i prigionieri.

Il numero di laogai attualmente attivi è segreto di Stato per il governo cinese, ma, secondo la Laogai Research Foundation, nel 2008 erano 1422. Quanto ai detenuti, si ritiene che essi siano dai tre ai cinque milioni. Tra questi, alcuni sono colpevoli di reati politici, destinati al laojiao, ovvero la “rieducazione attraverso il lavoro”. Così era stato per Wu e per la maggior parte degli altri detenuti, per i quali non è normalmente previsto un processo regolare, ma è sufficiente la decisione di una commissione amministrativa delle forze dell’ordine.

C’è da dire, però, che molto di quello che si dice sui laogai, inclusi i dati sopra riportati, è basato quasi esclusivamente sulla testimonianza e sulle ricerche di Harry Wu e della sua fondazione. Egli parla di maltrattamenti e di sessioni quotidiane di autocritica, denuncia delle proprie colpe e studio, ovvero puro indottrinamento politico per gli oppositori. Si tratta di pratiche caratteristiche della dittatura maoista e chi, (come ad esempio Roberto Saviano in un monologo nel programma “Quello che (non) ho”) ha intenzione di rifarsi a quanto raccontato da Wu deve tenere presente il fatto che egli sia stato detenuto durante il regime di Mao e rilasciato con la liberalizzazione che seguì alla morte di quest’ultimo.

Tratto dall’articolo uscito sul Dailystorm.it  il 26 Ottobre 2012.

Rivisitato da: Gianni Taeshin Da Valle, 01 Luglio 2013

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