Intervista di Marco Guerra a Toni Brandi per ricordare Harry Wu: “Uomo generoso che amava la libertà”

Il paladino dei diritti umani cinese, Harry Wu, è morto a 79 anni di età mentre si trovava per una serie di conferenze in Honduras. Il prof. Wu era considerato il più noto dissidente cinese nel panorama internazionale, grazie all’attività della sua Laogai Research Foundation.

Nato in una famiglia cattolica di Shanghai, Wu conosce fin da bambino le brutalità del sistema comunista cinese con le requisizione maoiste delle proprietà private. Nel 1960 viene arrestato dalle autorità mentre studiava geologia all’università con l’accusa di essere “controrivoluzionario”, passa quindi 19 anni in un campo di “rieducazione tramite il lavoro”. Rilasciato, nel 1985 scappa negli Stati Uniti da dove inizia una battaglia contro il sistema dei laogai, vere e proprie strutture industriali o agricole dove i dissidenti sono rieducati attraverso il lavoro, ovviamente non pagato. Grazie anche al suo impegno nella divulgazione e alla sua testimonianza coraggiosa, Pechino negli ultimi anni è stata costretta – almeno sulla carta – a chiudere i campi di lavoro forzato e molte aziende occidentali sono stare sensibilizzate al fine di non comprare merci prodotte nei laogai. La Laogai Research Foundation stima che in Cina al 2013 vi erano almeno 1045 laogai, con circa 4 milioni di prigionieri.

Per un ricordo di Harry Wu e della sua attività per l’affermazione dei diritti umani in Cina abbiamo sentito Tony Brandi, presidente di Pro-Vita Onlus e fondatore Laogai Research Foundation Italia.

Brandi come ha conosciuto Harry Wu e come è nata la vostra collaborazione?

“L’ho conosciuto nei primi anni 2000 alla nostra prima conferenza Italiana sui laogai a Varese, poi nel novembre del 2006 abbiamo fondato la Laogai Research Fondation Italia e da allora abbiamo fatto più di cento conferenze  – anche con realtà istituzionali come la provincia di Trento, la Coldiretti e l’associazione artigiani – contro i laogai, contro il traffico di organi, contro gli aborti forzati e la persecuzione religiosa. Abbiamo anche pubblicato vari libri sulle esecuzioni capitali e tutte le violazioni dei diritti umani che avvengono in Cina”.

Che uomo era Wu?

“Una persona che si batteva per la giustizia e per la libertà. Per via di tutte le sofferenze che aveva passato a volte aveva atteggiamenti un po’ strani, ma andava capito del resto parliamo di una persona che si è fatta 19 anni nei campi di centramento cinesi. Comunque resta sempre un uomo era sincero e generoso”.

Lui non viveva più in Cina, vero?

“No assolutamente no, dopo la prigionia era tornato nel 1994 con falso passaporto per avere i dati sui laogai e fu arrestato nuovamente. Si è fatto altri 6 mesi carcere poi è stato liberato su forti pressioni internazionali. Comunque dai primi anni novanta viveva in America, dove faceva il lettore all’Università in California. Dal 1995 ha dedicato tutto il suo tempo per la campagna sui laogai”

Era credente?

“Si era cattolico”.

I laogai riflettono l’ipocrisia di tutta la comunità internazionale che chiude gli occhi davanti a questa tragedia. Quante difficoltà avete trovato tu e Wu per raccontare questo olocausto censurato?

“Molti programmi televisivi ci hanno negato di raccontare questa tragedia, così come la grande stampa. È una questione di grossi interessi finanziari, billions  of dollars!”

Ha influito anche una sorta di pregiudizio ideologico che offre ancora una visione paradisiaca del socialismo  reale. Questo vi ha portato a subire contestazioni violente vero?

“Beh si, la prima volta a Roma i centri sociali ci hanno vietato di tenere una conferenza in un locale vicino a via dei Volci, in zona San Lorenzo, la polizia è intervenuta in ritardo e abbiamo dovuto annullare l’evento”.

Lui è morto ma la battaglia della Cina può continuare con lo stessa intensità?

“Deve continuare e continuerà”

Alcuni analisti dicono che la Cina è un gigante con i piedi d’argilla, lei è d’accordo?

“Tutti i dissidenti dicono che entro dieci anni la Cina crollerà come è crollata l’Unione Sovietica. Ora personalmente non lo so, perché il governo è forte, hanno un forte esercito e una forte controllo sulla popolazione. Però è vero che tra i contadini, che sono 800milioni, ci sono continue rivolte, migliaia di rivolte l’anno che avvengono senza che la stampa ne parli”.

Quindi c’è fermento tra il popolo, c’è un anelito per i diritti umani e la libertà?

“Si, ripeto, soprattutto tra i contadini che non hanno conosciuto i benefici del progresso economico, ci sono migliaia di rivolte nelle campagne, anche con morti”.

Sul fronte della libertà religiosa le cose non vanno meglio. Una parte di Chiesa cattolica vive nella clandestinità…

“Ci sono due Chiese – come durante la rivoluzione Francese – la Chiesa patriottica che segue le indicazioni del Partito Comunista e la Chiesa clandestina che è ancora perseguitata e che non lo segue. Due vescovi  sono spariti e ci sono diversi preti cattolici, in particolare gesuiti, rinchiusi nei laogai”.

E i fedeli come vivono tutto questo? È una chiesa del silenzio?

“In pratica si, quando sono stato in Cina sono stato ad un Santuario vicino Shangai; ecco non so riuscito ad incontrare un solo fedele perché hanno tutti paura, la gente che passava danti alla chiesa faceva le fotografie e andava via di corsa”.

Dopo 70 anni di ateismo di stato c’è ancora una scintilla di spiritualità nel popolo cinese?

“Ci sono 450 milioni di credenti, tra cattolici, protestanti, un po’ buddisti e di musulmani”

C’è quindi una speranza per la Cina?

“Si che c’è, hanno bisogno di Dio e hanno una grossa fame spirituale che tende verso Dio”.

Matchman-News,29/04/2016

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