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Intervista ad Harry Wu

Molte volte, dalla fine del secondo conflitto mondiale, abbiamo ripetuto con forza due piccole e meravigliose parole: “Mai più!”. Eppure, la guerra non è scomparsa. Non sono scomparse le persecuzioni religiose e politiche, né la tortura, né la pena di morte. Ancora oggi, milioni e milioni di individui sperimentano su di sé  la privazione dei diritti fondamentali. Ma molti altri non smettono di denunciare le ingiustizie e di sperare che si possa costruire un mondo futuro da esse liberato. E alcuni hanno scelto di trasformare le personali esperienze in strumenti di conoscenza e di formazione delle coscienze, per far sapere quello che non si vuole far sapere, per favorire e diffondere sempre più un attivo pensiero critico e una consapevolezza civile impegnata a difesa di tutti i perseguitati.
Harry Wu, che ho avuto la gioia di incontrare e di intervistare, è uno di questi grandi testimoni del nostro tempo. Le sue parole, infatti, ci permettono di penetrare nel cuore profondo del sistema cinese, per scoprirne i volti più terribili e più celati, e per intravedere le tante connessioni esistenti tra esso e il mondo globalizzato in cui tutti viviamo. Non per limitarci ad esprimere sdegnate condanne, ma per mettere in moto voglia di verità e voglia di giustizia;  non nell’interesse di qualcuno, ma nell’interesse dell’umanità.

La Cina contemporanea è stata in grado di coniugare totalitarismo e liberismo sfrenato, massimo controllo delle libertà individuali e mancanza pressoché assoluta di regole di mercato. Credi che questa condizione anomala possa, via via, subire un processo di democratizzazione? E ti sembra di poter scorgere  già qualche segnale in questa direzione? Oppure, pensi che il sistema creatosi in Cina possa finire  per fungere da tragico modello di riferimento per altri paesi del mondo?

Molti funzionari e cittadini comuni, anche all’interno del Partito Comunista, si battono per la democrazia, ma il potere è fermamente nelle mani dell’ala dura del Partito. L’unica strada verso la democrazia è la fine del regime. Oggi, purtroppo, sia in Cina che in Occidente,  in misura globale, si idolatra soprattutto il profitto. Perciò non è più giusto quello che è davvero giusto ma è giusto ciò che conviene…in onore del principio edonistico del massimo guadagno.  Tutti i valori tradizionali cinesi, le cosiddette“Quattro Cose Vecchie” (le vecchie usanze, la vecchia cultura, le vecchie abitudini, le vecchie idee), sono ormai distrutti e crollati, come al tempo della Rivoluzione Culturale. Mentre tutto è permesso in nome del profitto. In Cina, oggi, le rivolte popolari contro la corruzione, l’aumento del costo della vita, i bassi salari, gli espropri illegali, le sterilizzazioni e gli aborti forzati continuano ad aumentare. L’inflazione è oltre il 5% ed il regime ha paura. Perciò, aumenta la repressione. Più di duecento dissidenti sono stati arrestati in queste ultime settimane e fra questi il famoso artista AI WEIWEI. Nonostante le roboanti dichiarazioni del regime e dei suoi amici, giornalisti e politici fuori della Cina, anche in Occidente il modello cinese sta fallendo e, come accadde  alla “Cortina di Ferro” e all’Unione Sovietica, nel 1989,  così accadrà presto al regime comunista cinese e alla sua famigerata “Cortina di bambù”. Andranno in frantumi.

Tutti quanti noi, che ancora oggi giustamente inorridiamo di fronte al ricordo dei lager nazisti e dei gulag sovietici, facciamo fatica a credere che qualcosa di molto simile possa ancora esistere nel mondo contemporaneo. Eppure i laogai cinesi [1], che tu hai sperimentato in prima persona, continuano ad esistere. Qual è, attualmente, la loro  diffusione?

Ne abbiamo individuati più di mille costruiti in tutto il paese, ma non conosciamo il numero esatto dei laogai [1] e dei prigionieri in essi detenuti,  poiché ambedue le realtà, nella Repubblica Popolare, sono considerate “segreti di Stato”. Pubblichiamo una banca dati costantemente aggiornata sulle informazioni che troviamo sui campi laogai. La puoi vedere qui [2]. Nei laogai [1] sono detenuti uomini e donne criminali comuni insieme a sacerdoti cattolici, pastori protestanti, monaci tibetani, credenti di ogni confessione e oppositori del regime, che sono spesso costretti al lavoro forzato fino a 16-18 ore al giorno e sottoposti, se disobbedienti o ribelli, a torture. I laogai [1] hanno due nomi, uno come prigione e uno come fabbrica, che serve a mimetizzare i prodotti del lavoro forzato fra gli altri di provenienza regolare. Questa produzione che nasce dal lavoro degli schiavi giova solo al regime e alle numerose multinazionali che producono od investono in Cina.

E qual è il loro rapporto con la macchina produttiva e quali i contatti con le multinazionali di altri paesi?

I laogai [1] rappresentano un’ enorme forza lavoro a costo zero per il regime e la maggior parte di essi è molto attiva nell’export. Lavorano principalmente mediante l’intermediazione di compagnie di import-export con base a Hong Kong. Sottolineo che, oltre ai laogai [1], in Cina esiste una fitta rete di decine di migliaia di “imprese lager”, come le ha chiamate Federico Rampini, dove il trattamento è semplicemente disumano e si riceve un salario da fame.  Pensa solamente alla Foxconn dove si sono verificati decine di suicidi l’estate scorsa. Credo che quasi tutte le grandi multinazionali che investono in Cina usino la manodopera dei laogai [1] e/o delle “imprese lager” direttamente o mediante sub-appalti. La sola che conosco che ha rifiutato di lavorare con i laogai [1] è stata la Volvo, acquistata purtroppo dai cinesi l’anno scorso! La Laogai Research Foundation [3] pubblica sempre rapporti che denunciano le imprese occidentali che commerciano con i laogai [1] in barba alle risoluzioni internazionali dell’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) contro l’uso del lavoro forzato. Per esempio, essendo stati recentemente individuati alcuni laogai [1] nello Xinjiang, che sono imprese agricole e coltivano ed esportano pomodori per un grande gruppo agricolo campano, la Fondazione ha provveduto alle immediate denunzie. E’ stata presentata, con iniziativa bipartisan, una legge al Parlamento Italiano nel dicembre scorso, la 3887 [4], contro il traffico e l’importazione dei prodotti del lavoro forzato. Spero che passi, sarebbe una grande vittoria per la giustizia sociale in Italia.
E’ possibile pensare che essi non siano un fattore accidentale, una mera sopravvivenza del passato, ma che rappresentino il presupposto indispensabile per il sempre crescente sviluppo economico del paese?
Purtroppo, potresti avere ragione, anche se spero proprio il contrario. Sia in Cina che in Occidente sussiste questa corsa inarrestabile al massimo profitto, che necessita di un abbassamento dei costi di produzione e quindi dello sfruttamento dei lavoratori, in onore alla “legge ferrea dei salari” di David Ricardo. Indubbiamente i laogai [1] come le “imprese lager” sono una fonte inestimabile di forza lavoro per il modello di sviluppo cinese concentrato sull’export, a vantaggio della già straricca minoranza spesso collegata al Partito. Il modello di sviluppo cinese ignora il mercato interno dove il divario fra ricchi e poveri è in continuo aumento.  Per questo aumentano le rivolte sociali.

La pena di morte è una tragica presenza all’interno del mondo cinese. Risulta sempre più comprovata la connessione con la pratica dei espianti di organi e con il relativo commercio in vista dei trapianti (e degli enormi guadagni economici ad essi connessi). Ma, siccome gli espianti, per essere efficaci, presuppongono soltanto la cosiddetta “morte cerebrale” (convenzione escogitata proprio per renderli legalmente  possibili) e non quella cardiaca (che comporterebbe il rapido e ineluttabile deterioramento degli organi), si potrebbe sospettare che, per facilitare le operazioni,  più che ad uccidere il condannato,  si  miri a provocare una condizione comatosa, più o meno assimilabile a quella della cosiddetta “morte cerebrale”? In questo caso, allora, alla brutalità della morte di stato (comminata con estrema facilità e senza neanche le più elementari garanzie processuali) si aggiungerebbe l’orrore di  una vera e propria “vivisezione” del condannato.

Non siamo in grado di poter confermare ciò che suggerisci, anche se è assolutamente possibile e, in un mondo dove conta solo il denaro, …anche molto probabile. Mi fai pensare a Stephen Wigmore, Chairman della British Transplantation Society, il quale vide i suoi sospetti, in merito alla velocità con cui si possono trovare gli organi adatti ai pazienti, confermati dal fatto che i prigionieri sembrano selezionati prima dell’esecuzione, a seconda del tipo di sangue e di organo da trapiantare, tale è l’abbondanza della scelta.
E ai molti che hanno sottolineato la tendenza in atto a sostituire il colpo alla nuca con l’iniezione letale, che non danneggia gli organi; e all’incremento delle cliniche per i trapianti in stretta corrispondenza con il graduale aumento del numero dei crimini puniti con la pena capitale. In altre parole, più condanne capitali, più organi da commerciare. Ma anche questo è segreto di Stato e gli ospedali per i trapianti sono gestiti dalla polizia di stato….

A più di mezzo secolo dall’occupazione cinese del Tibet, dopo tanti soprusi e violenze, quali sono, attualmente, le condizioni di vita della popolazione tibetana? E cosa resta della sua straordinaria cultura?

Purtroppo, migliaia di monasteri sono stati distrutti, la lingua tibetana non è insegnata nelle scuole e, dal 1950, sono stati uccisi quasi un milione di tibetani. Se segui anche il sito italiano della Laogai Foundation Research, [5]www.laogai.it [6], potrai tristemente osservare che gli arresti e le uccisioni in Tibet continuano. Sia le acque, che le terre, che il sottosuolo, pieno di minerali rari, sono sfruttati dai cinesi a scopo di profitto e l’economia e la politica sono sotto il loro totale controllo, con lo scopo di distruggere l’identità e la gloriosa antichissima cultura tibetana, dopo aver devastato in maniera irreparabile l’ambiente in cui si è nei secoli sviluppata. Parola d’ordine: l’assimilazione forzata.

Le tue battaglie civili dimostrano a tutti noi che in te è presente una grande fiducia nell’umanità e una viva speranza verso l’avvenire. In molti di noi che, fortunatamente, hanno incontrato simili esperienze solo attraverso la letteratura, si fa invece spesso strada un raggelante sentimento di scoramento e di disillusione: l’umanità ci appare, infatti, orribilmente contaminata, forse irreparabilmente destinata a ripetere i vecchi errori e a produrre manifestazioni di malvagità sempre più spaventose…
Come è stato possibile, per te , dopo quasi due decenni di lavori forzati, non cedere alla rassegnazione?

Io sono cattolico e mi sono aiutato con la preghiera. Ma ci sono stati momenti in cui sono stato molto triste e pessimista in merito al futuro. Spesso sono caduto in stato di depressione, perché, durante la mia detenzione nei laogai, ho visto tanti amici morire per fame, torture ed abusi. Conservo ancora, dentro di me, l’orrore delle sedute pubbliche di lavaggio del cervello e il tormento di dover rinnegare il mio passato, denunciando gli amici…. Anch’io ho sofferto la fame e cercavo ragni, bisce e vermi da mangiare. O, addirittura, rubavo le provviste di semi nelle tane dei ratti. Mi hanno anche torturato e rotto un braccio. Spesso ero disperato e non capivo perchè proprio io ero stato arrestato e dovevo essere punito….. Che cosa avevo fatto di male? Quando sono emigrato negli USA, non volevo più pensare al mio passato, ma, verso gli inizi degli anni Novanta, mi sono reso conto che era mio dovere denunciare la tragedia dei laogai [1]. Sotto la spinta di alcuni membri del Congresso USA, sono ritornato in Cina quattro volte per mettere insieme prove fotografiche e documenti sull’esistenza e le attività nei campi laogai [1].

Roberto Fantini