Inflazione record, Pechino non cambia politica economica

Vola l’inflazione in Cina, con un aumento del 5,1% a novembre, record da 28 mesi, secondo i dati ufficiali dell’Ufficio Nazionale di Statistica. Il governo si dice pronto a imporre prezzi massimi per i generi essenziali e a agire per ridurre il denaro circolante, ma esclude un riapprezzamento dello yuan. L’aumento dell’Indice dei prezzi al consumo di novembre preoccupa, perché ancora una volta supera le previsioni e perché aumentano soprattutto i prezzi di alimenti (+11,7% rispetto al novembre 2009, dopo il +10,1% di ottobre) e altri generi essenziali per le famiglie. Il governo ha timore che questi aumenti possano scatenare proteste della popolazione: le famiglie a basso reddito spendono oltre la metà di quanto hanno solo per mangiare. Sul sito web del ministero per gli Affari Civili è stato indicato a novembre che oltre 81 milioni di persone in Cina, specie nelle zone colpite da disastri naturali, possono avere necessità di aiuti alimentari per l’inverno. Pechino, peraltro, insiste che gli aumenti dei prezzi alimentari dipendono in gran parte da manovre speculative e non appare intenzionato a mutare la politica economica degli ultimi anni, che ha portato all’attuale rapida inflazione anche quale conseguenza di un modello di sviluppo fondato sul basso valore dello yuan per favorire le esportazioni. Ieri, dopo l’annuale Conferenza operativa centrale dell’economia,  il governo ha indicato come prioritario “mantenere una crescita costante e relativamente veloce, ristrutturando l’economia e gestendo la prevista inflazione”. “Sarà data prominente importanza alla fissazione di prezzi limite” e “sarà data più attenzione alla qualità e agli esiti della crescita [economica], a favorire l’occupazione e a migliorare la vita della popolazione”. La Conferenza di 3 giorni raccoglie i leader nazionali e ha discusso le grandi linee del 12° Piano Quinquennale dal 2011 al 2015. Lo yuan – prosegue il comunicato – sarà tenuto a un livello “anzitutto stabile”: cosa che sembra escludere un forte apprezzamento della valuta, come chiesto dai Paesi occidentali e consigliato da molti economisti per evitare le conseguenze della crescita internazionale dei prezzi. Soprattutto gli Stati Uniti, principale partner commerciale di Pechino, ritengono lo yuan sottostimato e insistono per un riapprezzamento, anche per diminuire il grave deficit commerciale tra i 2 Paesi. Invece la Cina ha preferito aumentare oggi le riserve monetarie obbligatorie per 6 grandi banche che erogano finanziamenti, al fine di diminuire il denaro circolante e frenare l’inflazione. Il Politburo ha anche promesso misure per migliorare il tenore di vita della popolazione, con investimenti per istruzione, lavoro, sicurezza sociale, sanità pubblica e politica abitativa. Inoltre dice che favorirà i consumi interni, per ridurre la dipendenza delle industrie e del lavoro dalle esportazioni. Da anni Pechino indica di voler favorire l’aumento del consumo interno, ma finora ha ottenuto risultati modesti. Esperti osservano che la corsa dei prezzi sta anche causando aumenti dei salari, con conseguenti effetti a catena di rialzo dei prezzi. Osservano che se le misure adottate dal governo non daranno rapidi risultati anti-inflattivi, è elevato il rischio di proteste di piazza.

Fonte: Asia News, 13 dicembre 2010

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