India e Cina, lotta per l’energia

L’India, terza maggior economia in via di sviluppo, ha una nuova strategia in campo energetico per fronteggiare l’agguerrita concorrenza cinese, che nel 2009 le ha sottratto contratti per almeno 12,5 miliardi di dollari. Il ministro per il Petrolio Murli Deora negli ultimi mesi è stato in Paesi ricchi di greggio come Nigeria, Angola, Uganda, Sudan, Arabia Saudita e Venezuela, per ottenere contratti e soddisfare il crescente fabbisogno di energia di 1,2  miliardi di abitanti.

L’Agenzia Internazionale per l’Energia ha stimato che nel 2030 il consumo di petrolio per l’India raddoppierà rispetto al 2007 giungendo a 833 milioni di tonnellate, mentre per la Cina crescerà dell’87% a 2,4 miliardi di tonnellate. Da anni Pechino è impegnata nel mercato mondiale e si stima che abbia acquistato partecipazioni in giacimenti petroliferi esteri pari a 2.400 miliardi di dollari Usa, rispetto ai 250 miliardi dell’India. I vertici della diplomazia di Pechino sostengono le ditte petrolifere statali cinesi, che nel 2009 hanno investito la somma record di 32 miliardi di dollari. La recente decisione cinese di consentire un apprezzamento dello yuan si prevede rafforzerà la propensione di Pechino a investire in giacimenti esteri. Le importazioni indiane di greggio sono aumentate di 6 volte negli ultimi 10 anni a una media di 85,47 miliardi di dollari l’anno.

Economisti dicono che New Delhi finora è stata perdente perché ha impostato il discorso in termini solo economici affidati anzitutto alle ditte petrolifere, mentre il petrolio coinvolge interessi politici.

La Cina domina il mercato africano, con aiuti e finanziamenti per miliardi di dollari ai governi in cambio di forniture di energia. L’Africa produce circa un ottavo del greggio mondiale.

La statale China National Petroleum Corp. ha sottratto lucrosi affari all’India arrivando dopo ma con maggiori somme disponibili: nell’agosto 2005 ha concluso un accordo da 4,18 miliardi con la PetroKazakhstan, a settembre 2005 ha comprato una partecipazione della EnCana Corp. in Ecuador.

L’India sta imparando, i suoi vertici politici sostengono le richieste di energia e offre finanziamenti: nel 2005 la statale indiana Oil & Natural Gas Corp. (Ongc) ha finanziato strade, porti, ferrovie e centrali energetiche in Nigeria in cambio di 600mila barili di greggio al giorno per 25 anni.

Lo scorso febbraio il ministro Deora ha convito l’Arabia Saudita a raddoppiare le forniture di greggio a circa 800mila barili al giorno. A marzo la Ongc e altre ditte statali indiane sono entrate in un gruppo per la ricerca e lo sviluppo dei giacimenti in Venezuela, durante una visita di Deora.

Gideon Lo, analista del settore a Hong Kong, spiega all’agenzia Bloomberg che “il sostegno del governo è un vantaggio per le grandi compagnie petrolifere cinesi, è un segreto alla luce del sole. Il governo stabilisce rapporti di alto livello con i Paesi produttori di petrolio. In seguito arrivano le compagnie petrolifere e trattano”.

Strategia che Pechino vuole incrementare: Jiang Jiemin, presidente della PetroChina Co., ha detto a marzo che per il 2020 mira ad avere metà della sua produzione dall’estero, mentre oggi ne arriva meno del 10%.

Secondo Tom Deegan, esperto del settore di stanza a Hong Kong, l’altro grande vantaggio delle ditte cinesi è la forte disponibilità finanziaria, grazie al sostegno delle banche statali a tassi molto agevolati, “cosa che forse le ditte indiane non hanno”.

Fra l’altro le ditte statali cinesi si possono permettere di produrre in perdita, forti del sostegno pubblico. La cinese Sinopec nel 2009 ha acquistato la Addax Petroleum Corp. per 7,9 miliardi, acquistando le sue licenze di sfruttamento in Nigeria, Gabon e Camerun.

New Delhi non appare poter competere con le ricche offerte cinesi, ma intenzionata a impegnare la sua influenza politica.

Fonte: Asia News, 30 giugno 2010

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