Incontro con il Dalai Lama. Nuovo fronte di tensione tra Cina e Usa

Nelle ultime settimane infatti i rapporti Usa-Cina sono ai minimi dopo i sabotaggi a Google da parte di Pechino e la vendita di armi degli Usa a Taiwan – dossier che già si aggiungono alla forte reticenza cinese a votare nuove sanzioni contro l’Iran per il suo programma nucleare.

“Esortiamo gli Stati Uniti a comprendere il carattere molto sensibile delle questioni tibetane, rispettare scrupolosamente il loro impegno verso l’appartenenza del Tibet alla Cina e la loro opposizione all’indipendenza tibetanà”, ha dichiarato il portavoce del ministero, Ma Zhaoxu, in un comunicato. Ieri il portavoce del presidente della Casa Bianca, Robert Gibbs, ha annunciato che è stata fissata per il 18 febbraio la riunione prevista tra il presidente degli Stati Uniti, premio Nobel per la pace nel 2009, e il capo spirituale tibetano, vincitore dello stesso riconoscimento venti anni prima. E ieri, molto seccamente, ha risposto alle richieste cinesi con un comunicato di una riga: “l’incontro alla Casa Bianca ci sarà”.

Il leader tibetano, esiliato in India nel 1959, non fu ricevuto dal presidente durante una precedente tappa negli Stati Uniti lo scorso ottobre, per riguardo verso Pechino prima della prima visita di Obama in Cina il mese successivo. Concessione che attirò su Obama le critiche dei difensori dei diritti umani. Ma non solo. Il leader tibetano comincia mercoledì una visita di una settimana negli Stati Uniti, dove gode di una forte popolarità. Per tentare di placare l’ira di Pechino, la riunione non è stata organizzata nell’Ufficio ovale, centro nevralgico della presidenza, ma nella sala delle carte. “Il Dalai Lama è un responsabile religioso rispettato a livello internazionale. È un portavoce dei diritti dei tibetani. Il presidente desidera un incontro interessante e costruttivo”, ha dichiarato Gibbs.

I rapporti tra le due grandi potenze del XXI secolo si sono deteriorati bruscamente nelle ultime settimane. E non è solo una questione di ideologia.

La Cina, che considera Taiwan una provincia ribelle, ha sospeso a fine gennaio i suoi scambi militari con gli Stati Uniti e ha annunciato “sanzioni appropriate”, ma non precisate, “verso le società americane coinvolte” dopo che l’amministrazione Obama aveva siglato un contratto di armamenti di oltre 6,4 miliardi di dollari con Taipei.

I due Paesi hanno anche alcune vertenze commerciali da risolvere, come la minaccia di Google di lasciare la Cina a causa dei massicci attacchi informatici rivolti in particolare ai messaggi di posta di dissidenti, o approcci diplomatici diversi, in particolare sul dossier del nucleare iraniano.

La Cina continua a privilegiare la via del dialogo, mentre gli Stati Uniti spingono per nuove sanzioni.

“Le accuse e le pressioni infondate” sul tasso di cambio dello yuan “no aiuteranno a risolvere la questione”: lo ha affermato il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Ma Zhaoxu, commentando le dichiarazioni dei giorni scorsi del presidente Obama, il quale ha promesso “fermezza” nei confronti della Cina nel far rispettare gli accordi economici bilaterali fra i due Paesi, alludendo anche alla questione relativa al cambio della moneta cinese, considerata fortemente sottovalutata rispetto al valore reale e quindi di aiuto alle esportazioni di Pechino in tutto il mondo.

In molti leggono la conferma dell’incontro con l’uomo-simbolo dell’indipendenza del Tibet come un ammonimento seguito al rifiuto cinese di approvare sanzioni contro Teheran. Certo tra la vecchia e la nuova superpotenza è in corso una complessa trattativa dove affari, politica e peso sul teatro internazionale sono tutti in gioco.

Quel che è certo è che Barack Obama dovrà giocare la partita molto bene, attento a non deludere l’opinione pubblica né con i risultati economici né abdicando al prestigio americano nel mondo. Finora non ci è riuscito benissimo, stretto tra le urgenze della crisi finanziaria, i porgetti di riforma e le necessità della guerra al terrorismo e delle nuove relazioni internazionali.

Un sondaggio del New York Times fotografa la popolarità del presidente al 46%, ancora in ribasso. Gli americani sono delusi anche dal Congresso (solo il 15% lo approva) e dai due partiti principali: al 42% i democratici, al 35% i repubblicani. Quel che vuole la gente è la ripresa economica, col 52% degli americani convinto che Obama non dedichi abbastanza attenzione ai problemi dell’economia e dell’occupazione (anche se il 60% crede che li capisca), e troppa (per il 48%) alla sua riforma sanitaria.

Anche nel gestire il confronto con Pechino, la Casa Bianca farà bene a tener d’occhio il portafoglio di “Mr. Smith”.

Fonte: Finanza in Chiaro, 15 febbraio 2010

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