In Cina ora arrivano i diritti. La svolta (attesa) di Foxconn

Un piccolo sgabello di plastica – e «l’impossibilità di dormire di notte» tanto i dolori erano lancinanti – a segnalare l’anno zero dei diritti dei lavoratori cinesi. E ora una sedia (confortevole) con uno schienale finalmente funzionale per appoggiare le membra durante il turno alle linee di montaggio per assemblare i nostri iPhone e iPad.
Pu Xiaolan, lavoratrice in un stabilimento Foxconn nella Cina post-comunista – ombelico manifatturiero del mondo e centro nevralgico per la produzione di elettronica di consumo – è la protagonista principale di un lungo reportage sul New York Times. Che riabilita – in parte – la filiera dell’elettronica globalizzata. E di fatto depotenzia il teorema accusatorio nei confronti dei colossi hi-tech, come Apple, Intel, Microsoft, Samsung, più volte etichettati come utilizzatori finali di un meccanismo straordinariamente incontrollabile, ma perfettamente utile a ridurre al minimo il costo del lavoro, per gonfiare al massimo i ricavi delle multinazionali dell’elettronica.
La cinese Foxconn, il più grande assemblatore al mondo di prodotti hi-tech, è diventato in questi mesi il capro espiatorio di una vasta campagna per migliorare le condizioni delle centinaia di migliaia di lavoratori alle prese con l’ottocentesca catena di montaggio, tra dispositivi inquinanti e molto rumorosi, l’accusa di utilizzare manovalanza minorile in spregio a qualunque normativa sul lavoro, l’ipotesi di salari da fame, senza alcun riconoscimento degli straordinari, data la (tradizionale) assenza del potere negoziale di un sindacato piegato alle istanze del partito unico che sorregge la nomenklatura post-comunista cinese al potere da oltre sessant’anni. Eppure al netto delle considerazioni ideologiche il sistema – preso di mira dalle decine di organizzazioni trans-nazionali che si battono per i diritti sul lavoro – ha avuto la possibilità di perpetuarsi, perché giovava a tutti inondare di prodotti hi-tech ad un prezzo altamente competitivo i mercati mondiali affamati degli ultimi ritrovati della tecnologia.
A teorizzare, però, il cambio di passo un alto dirigente Apple – che ha voluto trincerarsi dietro un anonimato sospetto – il quale ha detto molto spontaneamente al New York Times una frase quasi sovversiva: «I tempi della globalizzazione facile sono finiti. Ora dobbiamo cambiare tutti». Il riferimento è al costo del lavoro tenuto artificialmente basso, che ha imposto alle migliaia di cinesi provenienti dai villaggi dell’entroterra condizioni lavorative paragonabili allo “schiavismo” dei secoli scorsi. Solo in Foxconn d’altronde lavorano 164mila dipendenti, un esercito paragonabile a una media città italiana. Costretti a lavorare con sostanze altamente nocive per la salute (per pulire gli schermi dell’iPhone usciti dalla catena di montaggio), a rischio per le esplosioni derivanti da eventuali cortocircuiti delle macchine (e la perdita di vite umane, la cui contabilità è praticamente impossibile), per finire alle centinaia di ore di straordinario su base mensile, senza alcuna contropartita economica. Ora l’accordo sulle 49 ore settimanale quanto meno introduce un limite oltre il quale non andare. Che ha indotto anche Samsung e Intel a modificare i rapporti con la fornitura di matrice cinese. Troppo presto per dire se siamo all’inizio di una nuova era sul fronte dei diritti sul lavoro. Al New York Times assicurano che la breccia si è aperta.

Fabio Savelli

Fonte: Corriere della Sera, 27 dicembre 2012

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