In Cina i trader di Borsa superano gli iscritti al Partito comunista

I trader sono novanta milioni contro poco meno di 88 milioni iscritti al partito. Certo, per diventare trader non è necessario sottoporsi alla selezione che si affronta per entrare nel Partito e molti di loro hanno sicuramente la tessera del Partito in tasca. Però il dato colpisce.

(La Stampa, 2/7/15) Sarà che la lotta spietata alla corruzione lanciata dal presidente Xi Jinping ha reso la carriera politica meno appetibile e non più la strada più sicura per arricchirsi; sarà forse che ormai la Cina guarda al mercato e alle sue regole da una posizione di forza e sono sempre di più coloro che beneficiano delle ricadute munifiche. Comunque nel Paese che fu di Mao e che ancora si regge – eccome – sul Partito unico, comunista, i trader, ovvero gli operatori di Borsa, hanno superato gli iscritti al Partito comunista. Novanta milioni contro poco meno di 88. Certo, per diventare trader non è necessario sottoporsi alla selezione che si affronta per entrare nel Partito, e molti di loro hanno sicuramente la tessera del Partito in tasca. Però il dato colpisce. E colpisce ancora di più se lo mettiamo in relazione alla ossessione per il controllo che Pechino non riesce a scrollarsi di dosso: la Cina insomma vuole essere moderna, ma continua a percepire ciò che è «straniero» come potenzialmente sospetto.
In questa senso va la nuova legge sulla Sicurezza nazionale: anzitutto la definizione di «sicurezza nazionale» è talmente vasta che comprende praticamente tutto. Dal cyberspazio alla difesa, passando però per la religione e la «cultura», non meglio definita. Tutto può essere una minaccia per la sicurezza cinese, al punto da sollevare il dubbio che il Partito, malgrado mantenga nelle sue mani tutto il potere, abbia anche la preoccupazione sulla sua capacità di restare al comando.
La legge è così vaga che nemmeno specifica quale sia l’istituzione incaricata di applicarla. «La legge mette l’intero potere decisionale in un’istituzione che non esiste», nota Nicholas Bequelin, direttore per l’Asia Orientale di Amnesty International: «Ovvero, affida ogni decisione allo stesso Xi Jinping. Non sembra nemmeno un documento giuridico, ma piuttosto un programma politico». Si tratta dunque di una legge che «ha più a che vedere con il desiderio di proteggere il controllo del Paese da parte del Partito comunista che non una legge sulla sicurezza nazionale: nella legge stessa, il monopolio del Partito comunista è menzionato in modo esplicito come parte integrante della sicurezza nazionale», commenta Bequelin.
La nuova legge potrebbe essere solo un antipasto di un successivo giro di vite: sono infatti attese altre due leggi: una sulle Organizzazioni non governative (Ong) straniere, e l’altra sul terrorismo che limita ancora di più le attività consentite in Tibet e Xinjiang.


Fonte: Ilaria Maria Sala – La Stampa, 2 luglio 2015

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