Imprese cinesi fuorilegge, nell’Empolese il record toscano

Secondo gli ispettori della Regione qui ci sono quelle più refrattarie alle regole Il 18,6% di chi è stato multato non paga. «Difficile dialogare con questa comunità».

Se c’è una novità che emerge dall’inchiesta con cui la Finanza ha sgominato una banda pronta ad immettere sul mercato falsi Rolex per un giro d’affari da quasi 2 milioni di euro, è che quel tessuto economico da noi si sta sfarinando, sta scomparendo dai radar per entrare in clandestinità. I laboratori “fantasma” ricavati nelle abitazioni si stanno moltiplicando. Dalle fabbriche dormitorio i cinesi si stanno trasferendo nelle case-fabbrica. Secondo le stime potrebbero essere già 600 i laboratori “invisibili”, gli inabissati.

Lo hanno scoperto proprio gli uomini della task force dell’Asl Toscana centro che da tre anni batte a tappeto le imprese cinesi della regione nel tentativo di arginare un pezzo di industria sommersa, fuorilegge, impermeabile alle normative sulla sicurezza sul lavoro. E lo dicono i numeri dell’ultimo report stilato dagli ispettori del piano lavoro sicuro a marzo scorso. Dal settembre 2014 ad oggi, sono state controllate 1.287 aziende empolesi. O meglio, ispettori dell’Asl e vigili urbani hanno organizzato i blitz basandosi sui registri della Camera di Commercio, scoprendo che 465 attività sono sparite. Hanno chiuso senza comunicarlo.

«Una quantità enorme e anomala perché molto distante dalla percentuale delle aziende risultate non più attive in altri territori», dice Renzo Berti, coordinatore del piano “Lavoro sicuro” voluto dal governatore Enrico Rossi per stanare i cinesi fuorilegge e scongiurare che le fabbriche-mondo, spesso nascondigli per schiavi della manifattura, restino anche enclave di potenziali disastri industriali proprio come è stato per il Teresa Moda, la confezione di via Toscana in cui a dicembre 2013 morirono carbonizzate sei persone in un incendio innescato da fornellini da campo. A Prato le chiusure sono state l’1,4% delle 4.307 imprese controllate, a Firenze il 9% di 2. 057, da noi il 36%.
Gli uomini di Berti non hanno certezze, ma il sospetto è che questo sia l’effetto di un inabissamento: «Sappiamo che nell’Empolese la comunità cinese ha una particolare propensione a trasferire la propria attività in casa e questo per il nostro lavoro è un grosso limite – continua Berti – Come ispettori addetti alla verifica del rispetto delle regole di igiene e sicurezza sul lavoro non abbiamo nessun titolo per entrare in una casa, per farlo dovremmo avere un mandato di perquisizione».

Il fenomeno investe anche Pistoia, ma lì la portata del rischio è molto più contenuta, le aziende del Dragone sono ancora poche, in tutto 295. Il timore è che i cinesi dell’Empolese-Valdelsa possano fare scuola, offrire un modello anche a chi via via sta rientrando nella legalità. «Il trend di chi adegua capannoni, fondi commerciali, rinnovando gli impianti elettrici o i macchinari dopo i nostri richiami, è in crescita – continua Berti – Oggi in media in Toscana il 55% degli imprenditori cinesi irregolari paga la multa e ottempera alle prescrizioni».

Ecco, appunto: la media. Perché da noi i blitz e le incursioni di polizia municipale spesso rimbalzano contro un muro di gomma. Mentre a Prato la media dei fuorilegge è del 71%, quella regionale del 60,5%, a Firenze addirittura scende al 36,7%, da noi delle 822 imprese che gli agenti sono riusciti a scovate, il 64,6% vive in un far west produttivo. Ma è soprattutto il dopo che conta. E i cinesi di Empoli stanno facendo suonare un campanello d’allarme. Mentre in Toscana il 16% di chi viene multato e pescato fra gli irregolari paga e adegua i capannoni o i fondi commerciali, da noi il 18,6% se ne infischia, né salda le multe né ottempera alle prescrizioni.

Secondo la Regione la China economy qui potrebbe essere più sorda ai richiami perché costituita da una comunità di immigrati meno radicata, dove sono meno i figli di seconda generazione, convinti a costruirsi un futuro in Toscana. «Potrebbe essere una spiegazione alle difficoltà di dialogo – dice Berti – Mentre a Prato e Firenze, oltre al consolato, esistono associazioni di imprese, organizzazioni culturali ormai integrate in Cna e Confartigianato, qui stentiamo a trovare riferimenti nella comunità, che resta chiusa, poco propensa a confrontarsi. Qui vige ancora il vecchio modello: i cinesi macinano soldi con l’idea di tornarsene in Cina».


Fonte: Il Tirreno, 27 mag 17

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