Imprese cinesi “apri e chiudi”, il 58% dichiara reddito zero. La Gdf: «Molte beneficiano di aiuti statali»

Un fiorire di 15mila partite Iva avviate in dodici anni, aperte e chiuse nel giro di pochi mesi per coprire un debito fiscale di 900 milioni di euro e 260 milioni di contributi mai versati all’Inps. Debito di cui lo Stato ha recuperato poco più del 3%, mentre almeno 570 milioni di euro sono stati esportati in Oriente.

Il tutto condito da una impenetrabile rete di riciclaggio fatta di fatture false, società cartiere, sfruttamento del lavoro. È l’istantanea che ritrae il sistema di infedeltà fiscale dell’imprenditoria cinese in Veneto, su cui la Guardia di finanza è impegnata ad ampio raggio. Tra le varie reti imprenditoriali portate avanti da cittadini stranieri in regione, quella cinese è infatti la più florida, come dimostra la recente operazione che ha visto l’altro ieri il comando provinciale trevigiano delle Fiamme gialle portare a galla un giro di riciclaggio di denaro sporco tra alcune aziende tessili della Castellana e un ristorante dell’Alta Padovana.

I NUMERI 

Nelle varie zone del Veneto l’imprenditoria cinese va a inserirsi in settori specifici. Se ad esempio a Venezia i negozi di souvenir dell’isola e i locali sono tra le attività che vedono crescere costantemente le gestioni orientali, nella Marca le più alte concentrazioni si trovano nel tessile, nella ristorazione e nei grandi magazzini di vendita al dettaglio. «Abbiamo davanti una realtà complessa e ramificata, oltre che estremamente difficile da penetrare, in cui anche solo la lingua diventa un passaggio estremamente ostico per le indagini sottolinea il comandante della Guardia di finanza di Treviso, colonnello Francesco De Giacomo . A fronte di attività che operano correttamente, vi è un pullulare di altre che agiscono in modo parassita.

Il problema è infatti duplice: da un lato vi sono imprese che creano guadagno in modo illecito e che fanno defluire fuori dall’Italia somme ingentissime; dall’altro la maggior parte di questi imprenditori dichiara redditi sotto la soglia della povertà, beneficiando degli aiuti e agevolazioni messi a disposizione dallo Stato». Tra il 2008 e il 2012 in Veneto si sono registrati 45mila immigrati cinesi e l’avvio di 14.914 partite Iva. Di questi imprenditori però il 58% dichiara zero reddito e il 21% inferiore a 5.600 euro. In questi dodici anni tuttavia sono stati accertati debiti fiscali per 900 milioni, a fronte dei soli 33 riscossi dallo Stato (3,7%). Parimenti su 260 milioni di contributi dovuti all’Inps, solo 9 milioni (3,5%) sono tornati nelle casse dell’Erario, per una infedeltà fiscale che si assesta al 95%. Nello stesso periodo inoltre tramite i soli intermediari finanziari ufficiali sono stati trasferiti all’estero 570 milioni di euro.

IL FENOMENO

«La difficoltà nell’arginare questo illecito sommerso sta nel costante turnover delle imprese spiga De Giacomo . Solo nel Trevigiano negli ultimi due anni hanno aperto 331 partite Iva cinesi e ne sono state chiuse 317. Ci sono singoli imprenditori che ne hanno aperte più di 20 in cinque anni. Ciò perché queste imprese vengono aperte e chiuse in un lasso di tempo più breve della durata dell’iter per avviare i dovuti accertamenti e individuare gli illeciti. Restano attive qualche mese senza pagare le tasse e versare i contributi, fanno sparire i profitti e chiudono. Un problema che non riguarda solo il Veneto né la sola imprenditoria cinese, che è tuttavia un fenomeno particolare. È un circuito chiuso, che ha richiesto lo sviluppo di nuove strategie di indagine in cui la tecnologia gioca un ruolo importantissimo. Creiamo costantemente nuovi software e banche dati per individuare i casi sospetti, l’unico modo per intercettare le irregolarità negli oltre sei milioni di partite Iva attive nel Paese».

LA LETTURA 

Fra le nuove strategie per tutelare l’economia vi è Rex, piattaforma ideata da Unioncamere in collaborazione con le forze dell’ordine che elabora i dati del Registro Imprese. «È un sistema sempre aggiornato che permette di radiografare ogni impresa con tutti i suoi dati illustra Mario Pozza, presidente della Camera di commercio Treviso Belluno . Dopo la sperimentazione, diventerà operativo nei prossimi giorni e permetterà di contrastare tutti i tipi di infiltrazione e illecito.

La concorrenza sleale è mortale per l’economia locale e quella di matrice cinese ne è uno dei molti esempi, che ha portato all’istituzione di veri e propri monopoli di settori commerciali in tutto il Veneto. È un costo che grava su chi ha sempre lavorato in modo onesto, che va a impoverire l’intera società, specie in un momento drammatico come questo. La liberalizzazione pressoché totale non ha aiutato, perché permette aperture, chiusure e ricambi di attività difficili da controllare, come ben sa chi vive di malaffare. Senza contare che in Italia la lentezza della giustizia e della burocrazia unite alla mancanza della certezza della pena, da un lato non invogliano i partner stranieri seri a investire qui e dall’altro alimentano le irregolarità».

Fonte: Il Gazzettino, 31/01/2021

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