Il web cinese supera i 400 milioni di utenti

Eric Shmidt, prima di spostare Google ad Honk Kong, aveva avvisato tutti: il web parlerà cinese. A conferma di questa teoria, rafforzata dalla prossima possibilità di registrare domini con caratteri cinesi, è arrivata la notizia ufficiale: la Cina ha superato i 400 milioni di internet users. Niente male per il paese che passa alle cronache come grande censore della Rete.

Numeri imponenti, all’interno dei quali si muove, secondo alcuni commentatori, la società civile locale. Ad oggi i dati parlano chiaro: 106 milioni gli utenti stimati nelle zone rurali della Cina, 223 quelli che usano internet dal cellulare. Un cinese naviga in media 17 ore a settimana, i blog sono 221 milioni, gli aficionados dei social network, 176. Dal punto di vista economico, il 10% degli utenti cinesi non ha reddito, il 30% ha un reddito mensile di circa 2000 yuan (poco più di 200 euro).

Sempre più numeroso, dunque, il web cinese tanto che da qualche tempo nel cyberspazio che fa capo alla nuova superpotenza si è aperta una discussione circa l’esistenza di un’opinione pubblica cinese capace di far sentire la propria voce e incidere sulla realtà. Dal boicottaggio alla Green Dam (il filtro anti porno che nel luglio scorso doveva essere installato in tutti i pc venduti in Cina, che ha visto il dietrofront del governo cinese), alle denunce di corruzione di politici locali, il web cinese nonostante le censure, è vivo e straordinariamente creativo anche se la maggioranza dei navigatori usa il web per giocare e svagarsi. Per una minoranza, invece, è il luogo in cui si sviluppano le trame di attivisti, creativi, critici, romanzieri: dal primo romanzo su Twitter, alle notizie su manifestazioni e proteste nella vita vera.

Zhào Jing, più noto come Michael Anti, è stato uno dei blogger cinesi più famosi, con esperienza di reporter dall’Iraq e per il New York Times dalla Cina e una voglia di cinguettare enorme: oltre 5mila i suoi tweets (con 16 mila i followers). La sua opinione è molto chiara e inclina allo scetticismo: «Non siamo una società democratica, è duro quindi sostenere che esista una opinione pubblica. Durante il nazismo in Germania non si può dire ci fosse una opinione pubblica, alla gente fu fatto il lavaggio del cervello. Noi abbiamo una lunga tradizione elitaria, quindi anche poche persone come giornalisti, esponenti della classe media, possono cambiare il paese, ponendosi come opinion leader». Online la cosa non è troppo diversa. «Per me – dice Anti – giornalisti indipendenti, i blogger, questi sono élite. La gente comune non ha interesse in questi argomenti, non parla di politica, non cambierà niente. Solo con la democrazia, con il voto queste voci possono incidere. Senza, come adesso, incidono solo le voci delle élite, la maggioranza non modifica nulla. E in Cina è sempre stato così».

Più possibilista e ottimista Guo Yíguang, aka Kaiser Kuo classe 1966, oggi uno degli opinion leader più influenti del paese, ma ha un passato da “metallaro”, in quanto fondatore del gruppo metal più celebre del Regno di Mezzo, i Tang Dinasty. Internet «non rappresenta perfettamente l’opinione pubblica, non penso possa essere considerata come una sorta di incubatrice democratica, ma sicuramente è uno spazio di discussione attraverso il quale il governo può capire come aggiustare il tiro. E infatti alcune cose passano su internet volontariamente, come ad esempio i casi di corruzione. Poi ovviamente è più semplice arrabbiarsi scrivendo on line, piuttosto che fare una manifestazione».

Simone Pieranni

Fonte: Sky.it, 8 maggio 2010

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