Nuove prove sull’export dei Laogai

Tra molti politici italiani è gara per dimostrare la propria simpatia al governo di Pechino. Gli stessi politici che spesso si riempono la bocca di belle parole sul progresso e la democrazia e che condannano il razzismo e la discriminazione. Però non osano criticare il regime comunista cinese, nonostante le esecuzioni capitali, la persecuzione del dissenso, di tutte le chiese e delle minoranze tibetane e uighure e malgrado il regime gestisca il sistema carcerario più grande della storia: i laogai, mille campi di concentramento dove milioni di persone sono condannate ai lavori forzati per produrre a costo zero. I Laogai hanno, spesso, due nomi: uno come impresa commerciale ed uno come prigione. Le condizioni di lavoro sono orribili. Sconosciuti i limiti di orario di lavoro, sicurezza e igiene. Giaciglio, spesso, vicino alla fossa biologica. Pestaggi e torture all’ordine del giorno. Cibo somministrato a seconda della quantità di lavoro eseguito. Religiosi e dissidenti mescolati con i delinquenti comuni. In un rapporto della Laogai Foundation, risulta che più di 100 laogai pubblicizzano le proprie attività sui principali siti commerciali internazionali. Già nel 2008, tra tutti gli esportatori inseriti nella banca dati della Dun & Bradstreet, sono stati scoperti 314 Laogai attivi nell’export. Ecco la tanto decantata “competitività cinese”: nasce dal lavoro forzato e dallo sfruttamento umano. La cosa che stupisce di più comunque è che molti politici, con la complicità di una certa stampa, asservita al business, continuino ad alimentare consenso verso un sistema che aumenta la sua competitività con il sangue degli innocenti. Fare soldi sulla pelle dei detenuti politici e religiosi può non essere un problema per Pechino e le multinazionali, ma lo è per gli uomini liberi. Queste sono le stesse lobbies che stanno cercando di bloccare la legge che protegge il “made in Italy” al Senato e questo dopo che il Parlamento l’ha approvata con 543 sì, un solo no e due astenuti. L’approvazione di norme che tutelino i prodotti nazionali vietando l’importazione selvaggia di articoli spesso nocivi alla salute e di manufatti provenienti da campi di concentramento è un atto di grande civiltà cui non possiamo sottrarci. Solo così garantiremo ai nostri figli un futuro migliore.  Gli USA hanno già una legge che vieta l’importazione dei prodotti del lavoro forzato (la 1307). Cosa aspettiamo a fare altrettanto?
Toni Brandi

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