Il Tibet “delle bugie di Pechino” riapre ai turisti stranieri

Premier Rinpoche ribadisce il genocidio culturale

La Cina ha “riaperto” il Tibet ai turisti stranieri. Ma Samdhong Rinpoche, premier del governo tibetano in esilio, critica le tante bugie di Pechino sulla regione e parla del genocidio culturale in atto.

Il 4 aprile un gruppo di 11 turisti tedeschi è arrivato a Lhasa in un viaggio organizzato che visiterà le maggiori bellezze naturali del Paese. A febbraio e marzo, in occasione di importanti ricorrenze delle rivolte anticinesi in Tibet, la zona è stata proibita ai turisti stranieri per “proteggerli”, insieme alle zone tibetane di Qinghai, Gansu e Sichuan. L’intera zona è stata per due mesi occupata da decine di migliaia di soldati e sotto una legge marziale di fatto.

Analisti osservano che anche questa “riapertura” è solo parziale poiché occorre un permesso speciale e non è chiaro se ci si possa andare al di fuori dei viaggi organizzati, mentre perdura il divieto totale per i giornalisti esteri.

Il premier Rinpoche in un’intervista esclusiva ad AsiaNews commenta i dati diffusi la settimana scorsa dal Rapporto del China Tibetology Research Centre, ente che dipende dal governo di Pechino, che ha parlato di una regione florida dove i tibetani vivono felici e tutelati.

“Se questo è vero – commenta Rinpoche – perché non è permesso a tutti di venire a vedere il felice popolo tibetano, perché ci sono divieti per stranieri e giornalisti? Se la gente fosse felice, non ci sarebbero lamentele e proteste, che invece ci sono, anche se la Cina lo nega”.

Il Rapporto indica che in Tibet ci sono 2,7 milioni di etnici tibetani su una popolazione di 2,87 milioni nel 2008, anche se molti esperti commentano che nel dato non sono compresi i molti etnici Han emigrati in Tibet ma non formalmente residenti.

Rinpoche risponde che è evidente che “a Lhasa i cinesi immigrati sono il doppio dei tibetani. Il governo ha favorito una massiccia immigrazione di etnici cinesi offendo loro incentivi economici. I tibetani sono ormai una minoranza nel loro stesso Paese: nella zona vivono 6 milioni di tibetani e non meno di 7,5 milioni di etnici cinesi [con riferimento non solo al Tibet ma anche alle altre zone tibetane nelle popolose province di Gansu, Qinghai e Sichuan]. Inoltre i tibetani vivono soprattutto nelle zone rurali [mentre i cinesi Han occupano città e commerci]. E’ una vera ‘aggressione demografica’ che minaccia la cultura tibetana”.

“In secondo luogo – prosegue Rinpoche – sono stati già fatti danni irreversibili all’ambiente, è stato alterato il fragile ecosistema dell’area e si stanno sciogliendo i ghiacciai eterni del Tibet.

“Inoltre la Cina proclama di avere investito grandi somme per il progresso economico e il benessere della regione. Ma in realtà ha portato via le immense risorse della zona, ha saccheggiato persino gli ampi boschi e le piante medicinali degli altopiani. Non più del 6-7% del valore di queste risorse è tornato indietro per lo sviluppo della regione ma soprattutto a favore degli etnici non tibetani e dei militari qui presenti”.

Rinpoche conclude che la Cina li priva persino delle tradizioni religiose e culturali, “i cinesi hanno fatto saccheggio di reliquie e manufatti antichi, confiscati negli anni ’60 e ’70 da monasteri e case, compresi preziosi, gioielli, ornamenti in oro e argento”. (NC)

fonte: DossierTibet, 6 aprile 2009

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