Il terremoto, la deportazione dei nomadi e il colloquio sino-tibetano

Il terremoto “cinese” e la deportazione dei nomadi tibetani. Tutti avrete letto nei giorni scorsi le terribili notizie del violento terremoto che il 14 aprile ha devastato ampie aree dei territori tibetani a cavallo tra Amdo e Kham incorporati nella regione cinese del Cinghai.

Quotidiani e telegiornali del mondo intero hanno parlato diffusamente di questa tragedia ma solo pochi commentatori (e anche quelli “en passant”) hanno messo in evidenza come quei territori fino al 1950 facessero parte del Tibet indipendente e che sono “cinesi” solo da qualche decennio.
Dal 14 aprile ad oggi ho letto e ascoltato un numero ragguardevole di articoli e notiziari televisivi densi di notizie e resoconti, a volte anche molto accurati, di quanto è accaduto e ancora sta accadendo a nella contea e nella prefettura di Yushu. Penso che sarò a lungo perseguitato dall’orrore di quelle immagini. Donne e uomini feriti, laceri e ricoperti di polvere che implorano aiuto… pile di cadaveri accatastati sui camion o bruciati nelle fosse comuni… soldati cinesi impegnati nelle operazioni di soccoso nonostante l’evidente disagio dovuto all’altitudine… migliaia di monaci accorsi da tutti i monasteri della regione a portare il loro aiuto materiale e il loro conforto religioso alla gente così duramente provata.
In tutta questa abbondanza di notizie però, non mi ricordo di aver letto o ascoltato da nessuna parte (sto ovviamente parlando dei principali mass media internazionali non del network pro tibetano), che dal 2006 decine di migliaia di nomadi tibetani sono stati deportati nelle città e obbligati a lasciare le loro tende e i loro armenti per essere forzatamente urbanizzati. Un’urbanizzazione coatta e violenta che non solo ha comportato la distruzione dello stile di vita di una significativa porzione dell’etnia tibetana ma ha anche costretto queste persone a stare in anonime prigioni di cemento che sono poi crollate loro addosso fin dalla prima scossa del sisma. Varrà la pena di ricordare che se avessero potuto continuare a vivere nelle grandi tende di pelo di yak con le immense praterie del Kham e dell’Amdo come sterminato orizzonte, quasi niente sarebbe loro successo. Così come varrà la pena di ricordare che edifici governativi e caserme hanno invece resistito piuttosto bene al sisma. E infine sarebbe utile ricordare come un’informazione attenta e aggiornata di quanto accade nelle zone del Tibet occupato dalla Cina, avrebbe dovuto cogliere anche questa luttuosa occasione per portare all’attenzione del mondo l’ennesima pagina del genocidio culturale e antropologico  portato avanti da Pechino nei confronti del popolo tibetano. Donne e uomini abituati da secoli a vivere liberi all’interno del loro ambiente naturale, a seguire i ritmi delle migrazioni stagionali, a condividere con i loro animali le meraviglie e le durezze dell’ecosistema del Tibet, sono stati costretti da un potere ottuso e violento a vivere in anonimi e opprimenti edifici che poi li hanno sepolti e uccisi quando la terra ha cominciato a tremare.

La mobilitazione dei monaci. A migliaia, a decine di migliaia sono arrivati nelle zone devastate dal terremoto. Senza essere convocati da nessuno, solo grazie a una sorta di tam tam sotterraneo, hanno lasciato i loro monasteri e sono arrivati nei luoghi dove la tragedia aveva assunto le proporzioni più allucinanti. A mani nude e vestiti solo delle loro tuniche amaranto, hanno scavato, trasportato, curato, confortato i feriti. Composto, raccolto e inumato i cadaveri. Celebrato i riti funerari che nella cultura del Tibet sono quelli più importanti perché preparano il continuum mentale del defunto all’incontro con le visioni del Bardo e alla nuova reincarnazione. Anche in questa dolorosa occasione la comunità monastica ha dimostrato con i fatti la sua importanza all’interno della civiltà tibetana, il ruolo cardinale che essa svolge e rappresenti per le donne e gli uomini del Paese delle Nevi. E’ stato impressionante vedere, nei filmati ripresi dall’alto trasmessi dalle televisioni, il terreno coperto da un’infinità di puntini rossi che si muovevano senza sosta portando a tutti il loro aiuto. E’ stato impressionante sentire quanto la popolazione sia grata a questa presenza monastica. Quei monaci infatti, non sono stati solo un indispensabile aiuto in un momento di bisogno assoluto ma anche la rappresentazione concreta e visibile che l’anima più autentica del Tibet erà là, accanto a loro. Che lottava con loro, che piangeva con loro, che viveva con loro, che soffriva con loro. Nonostante decenni di occupazione e oppressione cinese. E credo che anche questo drammatico episodio dovrebbe servire a noi, laici amici internazionali del Tibet, a non dimenticare mai quanto la cultura che vogliamo difendere abbia una radice profondamente religiosa e come ritenga essenziale la dimensione spirituale e chi meglio la rappresenta: la comunità monastica.
Da alcuni giorni però Pechino ha intimato ai monaci di tornare a casa. E senza nemmeno tanti ringraziamenti. Oggi i gerarchi cinesi temono che la concentrazione di un tale numero di monaci si possa saldare con la disperazione, la rabbia, il risentimento della popolazione nei confronti dell’oppressore e dar così vita ad un corto circuito in grado di accendere una rivolta come quella del 2008. E per il medesimo motivo è caduta nel vuoto la richiesta del Dalai Lama di poter visitare le zone colpite dal sisma per poter donare a quelle popolazioni almeno il conforto della sua presenza e delle sue preghiere. Dubito che a Zhongnanhai qualcuno possa ragionevolemnte pensare che il Prezioso Protettore voglia recarsi a Yushu per incitare alla rivolta e alla lotta. Lo spettro che turba i sonni della nomenklatura pechinese è che la sola presenza del Dalai Lama sia in grado di scatenare nei tibetani una reazione emotiva incontrollabile. Quindi via i monaci e niente Dalai Lama. Ma non solo. Lo scrittore tibetano Tagyal, che cercava di denunciare i ritardi nei soccorsi alle comunità tibetane più remote a fronte della rapidità con cui si è intervenuto in favore delle aree dove si trovavano gli edifici governativi e le popolazioni han, è stato arrestato e trasferito in località ignota perfino alla moglie e alle figlie.

Il colloquio sino-tibetano. Questa la situazione ad oggi. In attesa di vedere come si evolverà è doveroso a mio modesto avviso fare qualche breve considerazione di carattere politico. Anche all’interno di questo dramma (tra l’altro mentre i cinesi parlano di circa 2.300 morti, la gente del posto afferma che il numero delle vittime è molto più alto arrivando a sfiorare le 15.000 se non le 20.000 persone) si è ben visto come non abbia senso alcuno parlare di un effettivo “dialogo” sino-tibetano. Ove ci fosse da parte cinese anche la più modesta volontà di colloquio, quale occasione “migliore” di dimostrarla che non questo tragico evento? Una gestione efficace ed imparziale dei soccorsi. Facilitare in ogni modo possibile il lavoro umanitario dei monaci. Consentire al Dalai Lama di visitare la regione. Tre semplici gesti che avrebbero potuto contare più di milioni di parole, documenti, dichiarazioni ufficiali per mostrare al popolo tibetano la buona volontà di Pechino di voler risolvere una volta per tutte il contenzioso tibetano. Tre semplici gesti che sarebbero stati in grado, se non di placare l’ostilità della gente del Tibet nei confronti della dominazione coloniale cinese, almeno di far sperare che un compromesso positivo si potrebbe raggiungere. Che il sogno della fine di un incubo durato oltre 60 anni potrebbe tramutarsi in realtà. Che la fiducia, gli sforzi, le rinunce del Dalai Lama e del suo governo in esilio, potrebbero non essere stati vani.
E invece…

Piero Verni , 29 aprile 2010

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