Il sentimento anti-occidentale della Cina tra propaganda e contraddizioni

Nel corso del vertice APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation) sulle sponde del lago Yanqi, all’incirca una cinquantina di chilometri da Pechino, sono andate in scena le due facce del Dragone: da una parte la Cina potenza mondiale, che accoglie in pompa magna il presidente degli Stati Uniti e che per l’occasione ‘colora’ di un azzurro privo di smog il cielo sopra la capitale.

Nella foto l presidente cinese Xi Jinping nel corso del vertice tra Cina e USA. (Fonte: Reuters)

La nuova Cina, insomma, ormai parte integrante dell’ordine (soprattutto economico) mondiale, in grado di stupire l’intera comunità internazionale stringendo le mani di Washington per siglare un patto “storico” in materia di emissioni globali e di clima.

Dall’altra, invece, ancora prevalente è apparsa la Cina fortemente nazionalista, chiusa a riccio su se stessa e incapace di accettare critiche e accuse. Una tendenza, questa, risultata chiara durante i momenti di imbarazzo del vertice o dei bilaterali, quando gli argomenti di discussione toccavano i diritti umani, Hong Kong, il Tibet e così via.

Tuttavia, complice l’atmosfera diplomatica del vertice prima e dell’incontro a due tra Xi Jinping e Barack Obama poi, della seconda faccia del Dragone – fuoriuscita ad esempio durante un battibecco tra il presidente cinese e un reporter statunitense nel corso della conferenza stampa del dopo bilaterale – non se ne è avuto che un semplice assaggio. Nonostante i sorrisi e le strette di mano, infatti, il sentimento anti-occidentale e soprattutto anti-USA della Cina si è tutt’altro che sopito negli ultimi anni. E se è pur vero che siamo ormai ben lontani dal fragoroso simbolismo di Mao Zedong che entra trionfale a Pechino a bordo di una Jeep fabbricata negli Stati Uniti (1949), d’altro canto quella tensione ha trovato nuove vie per esprimersi.

Ad esempio, Xi ha recentemente elogiato Zhou Xiaoping, blogger cinese che attraverso la propria rubrica web diffonde argomentazioni e messaggi in chiave fortemente anti-americana. Washington, accusava Xiaoping in uno dei suoi post, “erode il fondamento morale e la fiducia in se stesso del popolo cinese”.

Ancora, riporta il New York Times, il blogger bollava gli Stati Uniti come colpevoli di aver “massacrato e derubato” la Cina a partire dal 17esimo secolo, tentando a più riprese di operare un “lavaggio del cervello” su di essa. Supportato dai funzionari della grande macchina della propaganda cinese, la mano presidenziale tesa a Xiaoping dimostra quanto sia radicata – dall’alto verso il basso – la diffidenza del Dragone nei confronti dell’Occidente.

“Storicamente, in concomitanza a periodi caratterizzati da profondi conflitti interni al Paese, si è costantemente registrato un aumento dei sentimenti anti-stranieri del Partito”, ha commentato al già citato quotidiano USA lo storico Zhang Lifan. In tal senso il pensiero non può che andare ad Hong Kong, animata negli ultimi mesi da nutrite proteste studentesche e popolari pro-democrazia. Oppure allo Xinjiang, regione orientale della Cina dove forte è l’attrito tra Pechino e gli uiguri, popolo turcofono e musulmano che da tempo lotta per un’indipendenza dal Dragone. Ancora, innegabile è ormai un certo malessere interno al Paese, laddove il divario tra le classi aumenta in maniera esponenziale e la corruzione (nonostante gli sforzi) continua ad essere la regola.

Alla luce di tutto ciò, conseguentemente, non stupiscono alcuni più o meno recenti discorsi di Xi in chiave anti-USA – incentranti in modo particolare sulle varie egemonie di Washington -, così come non sorprendono altre mosse ed operazioni di pura propaganda. Nel corso dell’estate del 2014, ad esempio, sul web circolò molto un filmato sponsorizzato dall’Esercito Popolare di Liberazione intitolato “Silent Contest” – ormai ritirato dal web cinese, una copia è ancora rintracciabile su Youtube -, “Competizione Silenziosa”. Vero e proprio film (dura poco più di un’ora e mezza), con tanto di colonna sonora e titoli di apertura e di coda, il lungometraggio accusa su più fronti gli Stati Uniti, dall’appoggio a leader come il Dalai Lama fino all’operato delle ONG totalmente straniere o a solo capitale proveniente dall’estero, colpevoli di ordire piani contro la Cina e di essere al contempo il “braccio armato” dei poteri corruttori che assediano il Paese e la sua stabilità.

Rimanendo nell’ambito delle Organizzazioni Non Governative cinesi ma dipendenti dai fondi esteri, come riportato la scorsa settimana dal Global Times queste potrebbero presto subire una serie di pressioni da parte dei funzionari del Guangdong, provincia nelle immediate vicinanze di Hong Kong. A supporto dell’eventuale iniziativa un professore di Relazioni Sindacali dell’Istituto cinese di Relazioni Industriali scriveva sul quotidiano cinese: “alcune delle ONG in questione sarebbero state manipolate da forze d’oltremare al fine di svolgere attività che possono mettere in pericolo la sicurezza nazionale”.

Una tendenza, quella ad incolpare di cospirazione non meglio specificate forze “d’oltremare”, “occidentali” o “estere”, che è in continua evoluzione. Ad esempio, su un quotidiano pro-Pechino con base ad Hong Kong è stato recentemente pubblicato un articolo dove si annunciavano “prove fondate” della complicità degli USA nelle proteste di Occupy Central.

Ancora, basti pensare che il noto Quotidiano del Popolo ha ospitato sulle proprie pagine 42 articoli di taglio anti-straniero durante il 2014, oltre 30 in più rispetto all’anno scorso, riporta il Christian Science Monitor. E se tali sentimenti dilagano tra Palazzo e piazza, non ne sono immuni nemmeno gli ambiti accademici. Secondo una fonte anonima del New York Times, un dipendente di un’associazione USA che sponsorizza il dialogo tra gli studiosi dei rispettivi Paesi, un gran numero di professori cinesi e di esperti delle relazioni internazionali si guardano bene dal tenere lezioni o discorsi che anche solo vagamente possano mettere in una buona luce Washington, temendo la possibilità tutt’altro che trascurabile di essere accusati di spionaggio o di altri reati collaborazionisti.

Ad ogni modo, nonostante le tensioni e le diffidenze, punto di partenza per quel sentimento descritto fino a questo punto, non mancano certo le contraddizioni. Molti funzionari del Partito Comunista, ad esempio, hanno figli e altri famigliari che studiano, vivono e si formano all’estero, proprio in quell’Occidente tanto odiato. Già Deng Xiaoping, successore di Mao, rientrò negli anni giovanili in un programma statale che permetteva, a chi ne aveva le possibilità, di effettuare il percorso accademico all’estero, studiando quindi prima in Francia e in seguito in Russia. Tale atteggiamento, ovviamente, è riscontrabile ancora oggi: ad esempio, Xi Mingze, figlia dell’attuale presidente cinese, ha frequentato l’Università di Harvard sotto uno pseudonimo.

IBTimes,23/11/2014

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