Il segreto dell’export cinese: un nuovo rapporto della Laogai Research Foundation USA

La Laogai Research Foundation (LFR – USA), fin dai suoi inizi è in prima linea nella ricerca e nell’identificazione dei prodotti dei detenuti nei campi-fabbriche di lavoro forzato: i Laogai cinesi o altrimenti chiamati  Jianyu (prigioni) dal regime. L’importazione in USA di tali prodotti è illegale per la violazione dei diritti umani alla base della loro produzione (legge n.1307 USA), clicca qui per visionare la legge 1307 in vigore negli Stati Uniti. La rete dei Laogai in tutta la Repubblica Popolare Comunista Cinese è stata faticosamente individuata negli anni passati grazie ad un lungo, meticoloso e pericoloso lavoro della LRF. L’elenco completo dei 1422 Laogai che è stato possibile individuare in tutta la Cina è stato pubblicato nel Laogai Handbook 2008, clicca qui per vedere il catalogo Laogai del 2008. Fra questi almeno 1007 sono operanti oggi, nel febbraio del 2010. Successivamente, tra tutti i produttori ed esportatori che appaiono nella banca dati mondiale della Dun & Bradstreet Database, sono stati scoperti ben 314 Laogai, che possiamo trovare nel rapporto della LRF del giugno 2008, clicca qui per il rapporto . Oggi la LRF ha compiuto un altro importante passo nella lotta per contrastare questo sistema di inumano sfruttamento della schiavitù, dove sono passate da 40 a 50 milioni di persone e dove sono morte almeno 20 milioni. Oggi il sistema dei Laogai conta da 3-5 milioni di reclusi. Cifre esatte del numero dei campi e dei detenuti non sono possibili poichè Pechino le considera “segreti di Stato”. Grazie ad una recente vastissima indagine, effettuata nell’ottobre del 2009,  incrociata su 28 siti internet internazionali (come industrystock.com, kompass.com, manufacturer.com, ecc..) siamo ora in grado di  denunciare al mondo che:
a) Piu’ di 100 imprese Laogai espongono la loro pubblicità commerciale in inglese su internet, dimostrando così inequivocabilmente il loro intento di esportare i loro prodotti sui mercati internazionali, compresi gli Stati Uniti ove questi sono vietati per legge.
b) Molti marchi tra questi sono visibili anche in altre lingue europee, incluso l’italiano, dimostrando di essere presenti sui mercati europei (clicca qui per un esempio di pubblicità di un Laogai in italiano).
c) Il Governo della Repubblica Popolare Comunista Cinese promuove attivamente l’esportazione dei prodotti- Laogai attraverso il sito governativo “China Commodity Net”, contravvenendo così alle stesse leggi vigenti in Cina sull’export di prodotti del lavoro forzato. Nel rapporto appena pubblicato (clicca qui) sono elencati i 28 siti internazionali alla pagina 12 ed i Laogai identificati sono alle pagine 20-27). Il rapporto include anche delle testimonianze che risalgono al 2008. Non è un caso, infatti, che, spesso, i Laogai hanno due nomi: uno come prigione ed uno come impresa commerciale. Quindi, i due rapporti del giugno 2008 e dell’ottobre del 2009 confermano che fra i circa mille Laogai operanti oggi, almeno 414 sono attivi nell’export. La LRF ha collaborato e collabora con la Dogana USA allo scopo di impedire l’importazione di questi prodotti del lavoro forzato in USA, secondo le leggi vigenti nel paese.
Il sistema dei Laogai continuerà ad esistere in Cina fino a quando sarà economicamente conveniente mantenerlo in vita. Un commercio che seguita ad ignorare l’origine dei prodotti e le condizioni in cui si producono, sostiene senza alcun dubbio la violazione dei diritti umani perpetrata dal Partito Comunista Cinese. I paesi occidentali chiudono un occhio sulle ingiustizie del sistema, sia perché molti sono finanziariamente compromessi con la Cina, sia perché tutta la catena degli operatori trae vantaggio da una produzione in cui la manodopera non viene pagata. Tuttavia, oltre a  tradire i nostri valori basilari di civiltà e di onestà, l’economia internazionale, le nostre imprese e i nostri lavoratori, compresi quelli cinesi, soffrono tutti di questa schiavitù nascosta con perdita di competitività, posti di lavoro e ricchezza. I prodotti del lavoro forzato non devono aver posto in nessun mercato e distruggerne la legittimità è possibile. Tutti i consumatori usino il loro potere di rifiutare beni che non siano prodotti sotto ben certificate condizioni etiche. Sollecitiamo quindi il nostro Parlamento a promulgare leggi che proteggano i nostri interessi e promuovano i diritti umani in Cina.

Giuliano Rossi

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