Il ribelle di Hong Kong

A un anno dalla “Rivoluzione degli ombrelli” parla il suo leader diciottenne: «Non è finita»

Joshua Wong in piazza un anno fa

Con il suo corpo minuto, il viso glabro e gli occhiali dalla montatura spessa e senza lenti, Joshua Wong sembra tutto fuorché pericoloso. La sua aria smarrita, oltre a una dichiarata dipendenza dal telefono cellulare, ne fanno l’archetipo dell’inoffensivo adolescente di Hong Kong. Perfino lo slogan stampato sulla maglietta con cui si presenta all’intervista è accompagnato da uno spiritoso disegno manga. Eppure il regime cinese lo teme.

Joshua è il leader dell’organizzazione studentesca Scholarism, da lui fondata quando aveva 14 anni, e il volto della “Rivoluzione degli ombrelli”, il movimento pro-democrazia che un anno fa si è asserragliato nel centro dell’ex colonia britannica: più di un milione e mezzo di persone che per 75 giorni hanno dimostrato il loro rifiuto verso i dirigenti di Pechino, chiedendo democrazia. Il carattere insolito di quella sfida, unito alla sua risonanza globale, ha fatto sì che Wong entrasse tra i candidati alla cover dell’anno di Time, e che nel 2015 Fortune lo annoverasse fra i “grandi leader del mondo”.

Lui minimizza e si concentra su un discorso politico imperniato sulla sua citazione preferita, presa a prestito dal film V for Vendetta: «Il popolo non dovrebbe temere il suo governo, i governi dovrebbero temere il popolo».

In Cina suona come una dichiarazione di guerra, e lo stesso vale a Hong Kong, regione speciale disciplinata dal motto «un paese, due sistemi» coniato da Deng Xiaoping per includere nella Repubblica Popolare il territorio occupato dai britannici per oltre un secolo e mezzo. L’accordo anglo-cinese del 1984 prevede che per 50 anni a partire dalla sua restituzione nel’97, Hong Kong mantenga il suo peculiare sistema politico ed economico: un capitalismo nel quale vengono garantiti diritti sconosciuti nella Cina continentale, come la libertà d’espressione, di stampa e di manifestazione. È questo modello ad aver permesso a Wong di ottenere la prima vittoria politica a 15 anni, quando è riuscito a portare in piazza 120mila persone, spingendo il governo a ritirare la riforma per “l’istruzione patriottica”. Ma nel 2047 questa città di 7 milioni di abitanti tornerà per intero alla Cina, e molti temono che i progressi, per il territorio più ricco del paese, si concludano lì.

Un paese democratico come il Regno Unito non vi ha concesso il diritto di eleggere i vostri governanti, mentre ora Pechino valuta il suffragio universale per le elezioni del 2017 a Hong Kong. Qual è il problema?

Che tutti i candidati devono rispondere al prerequisito di “amare il paese e il Partito Comunista”. I politici secondo i quali il sistema cinese del partito unico va eliminato non potranno presentarsi. È una presa in giro.

Il suo obiettivo qual è? L’indipendenza?

Io voglio che Hong Kong adotti la democrazia. Ho paura di quello che potrebbe succedere dopo il 2047. Perché al momento abbiamo ancora uno stato di diritto e delle libertà individuali che vanno preservate, perché non vengano cancellate poi. Per questo dobbiamo muoverci verso il diritto all’autodeterminazione. Il popolo deve essere sovrano per decidere se vuole “un paese, due sistemi”, “un paese, un sistema”, o perfino l’indipendenza.

E qual è la sua road map?

Propongo tre tappe: a breve, medio e lungo termine. Per cominciare, è necessario incorporare lo strumento del referendum per determinare le decisione più importanti, per esempio il salario minimo o le politiche in materia di edilizia popolare. Poi bisognerebbe istituire una commissione per ottenere maggiore autodeterminazione: ora, per esempio, non abbiamo facoltà di decidere quanti immigranti cinesi accogliere, il che sta provocando un problema sociale importante. Infine, come hanno fatto in Scozia e in Catalogna, Hong Kong dovrebbe stabilire con il voto quale sistema vorrà dopo il 2047. L’indipendenza non sarà necessaria, se la Cina ci concederà più autonomia e democrazia.

La “Rivoluzione degli ombrelli” ha sorpreso per il suo carattere pacifico. Ma lei sarebbe disposto a usare la violenza per raggiungere l’obiettivo?

Bisogna innanzitutto accordarsi sulla definizione di “violenza”. Assaltare la sede del governo non credo sia violenza, perché non si fa del male a nessuno. Quello che non bisogna promuovere è la violenza contro le persone. Il problema, a Hong Kong, non è che la gente non sia abbastanza radicale, come hanno detto alcuni, ma che non è disposta a pagare il prezzo di una lotta contro la Cina sul piano politico.

Si può quindi dire che la sua rivoluzione ha fallito.

Non abbiamo ottenuto cambiamenti nel sistema politico, ma siamo riusciti a piantare un seme nelle generazioni più giovani, quelle che hanno alimentato la protesta. A differenza di quel che succede fra coloro che hanno più di 40 anni, il 70% dei quali si è opposto alle nostre azioni, migliaia di studenti delle superiori ci sostengono. Soprattutto quelli nati dal 2000 in poi. A 13 anni hanno preso parte a scioperi, a 14 sono stati protagonisti di un’ondata di disobbedienza civile, e a 15 partecipano ad azioni dirette e spesso vengono arrestati. Sono esperienze che stanno cambiando la loro vita, e che li portano a farsi coinvolgere di più e con maggior passione. Possiamo aver perso la battaglia, ma non la guerra.

Una guerra che a lei può costare cara. È stato perfino aggredito per strada.

Eravamo usciti dal cinema e stavamo andando verso la metropolitana, quando un ragazzo sui vent’anni si è avvicinato e mi ha colpito in faccia. Non siamo riusciti a identificarlo. La pressione su di me è grande, e ammetto di essere preoccupato per la mia incolumità. So anche di rischiare il carcere, considerata la persecuzione politica nei nostri confronti, e a questo sono preparato. Ma non credo che diventerò un Liu Xiaobo (Nobel per la pace, condannato a 11 anni di reclusione per la sua dissidenza politica) o un Ai Weiwei (l’artista detenuto illegalmente per tre mesi). Perché, se dovessero agire contro di me nello stesso modo, trasformandomi in un martire, il movimento acquisirebbe molta forza.

I suoi problemi non si limitano alla Cina. A maggio è stato deportato dalla Malesia. Cos’è successo?

Ero stato invitato dall’organizzazione di un congresso e sono arrivato senza alcun problema, ma la polizia di frontiera mi ha negato l’ingresso in quanto elemento problematico. Sono stato arrestato quattro volte e sono in imminente attesa di giudizio, ma non ho precedenti penali. Capisco che non mi permettano di entrare nella Cina continentale, com’è successo, o a Macao, ma non mi sarei mai aspettato che un paese democratico come la Malesia mi respingesse perché lotto per la democrazia. Fortunatamente, sono il benvenuto in altri paesi che non hanno buoni rapporti con Pechino, come Giappone, Corea e stati Uniti.

L’hanno accusata di essere al soldo della Cia.

Uno dei quotidiani filo Pechino è arrivato a dire che avrei ricevuto un addestramento militare dagli Usa e sarei una delle loro spie. Ma è una cosa assurda. Non ho mai ricevuto una donazione da parte del governo americano. Voglio dire, sto ancora andando a lezione per terminare gli studi in Scienze politiche!

Le piacerebbe presentarsi alle elezioni?

In molti mi chiedono se voglio candidarmi., ma non credo che vincere delle elezioni sia lo scopo. Quello dev’essere solo un passo per raggiungere una meta più grande.

La Repubblica.it,19/09/2015

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