Il regime compie 60 anni ma per i cinesi non c’è nulla da festeggiare

Il 16 settembre è uscito The Founding of a Republic, “La fondazione di una repubblica”, il film kolossal che commemora il sessantesimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese che ricorre giovedì 1 ottobre. Tra i protagonisti del film, più di cento grandi nomi da Hong–Kong e dal continente tra i quali Jackie Chan e Jet Li. In uno dei momenti più toccanti del film si vede l’attore che interpreta Mao Zedong che, alla vigilia della nascita di una nazione nuova e indipendente, trattiene le lacrime e sentenzia: “Il popolo cinese è uscito allo scoperto”. Poi il film si affretta goffamente verso il dicembre del 1978, quando Deng Xiaoping saluta l’era dell’“apertura” e delle “riforme” nell’Impero di Mezzo.

Si tratta senza dubbio di un film di propaganda del genere che ci si aspetterebbe da qualsiasi cosa creata dalla Municipal People’s Political Consultative Conference di Beijing. Ma l’ambizioso scivolare degli eventi lungo sei decenni è anche un promemoria per qualcos’altro: il periodo di riforma da quando Deng prese il potere si andrà avvicinando al compimento del trentunesimo anno, più della metà dell’età della Cina moderna.

Ciò è significativo perché i leader cinesi da Deng in poi sono andati annunciando al mondo che il Partito comunista cinese rinuncerà presto al proprio controllo sull’economia e sulla società cinesi e che sta assiduamente preparando il terreno per una profonda riforma economica e politica e infine per la democrazia, ma soltanto dopo che si sarà ripreso dal caos e dalla distruzione degli anni di Mao. Dopotutto Deng è noto per aver definito la democrazia una “condizione importante che libera la mente”. Ma il periodo di riforma di 31 anni ha sforato i 27 anni della terribile autorità di Mao. E la scusa che il partito “lascerebbe andare” il proprio potere economico e politico se non fosse per il fantasma di Mao e la sua spaventosa eredità si fa sempre meno convincente.

Allora, partiamo dalle cose importanti. Per quale motivo il partito dovrebbe “lasciar andare” più potere e non invece lavorare alla costituzione di istituzioni in grado di contribuire alla riforma politica e, sul lungo periodo, alla democrazia in Cina? Perché l’autoritaria Cina sta deludendo sotto un aspetto molto importante: mentre lo stato cinese è ricco e il partito è potente, la società civile è debole e la grande maggioranza della gente resta povera.

Ma almeno nel guidare il paese verso la prosperità i leader cinesi non stanno facendo uno splendido lavoro? Dopotutto, dalle riforme di Deng il prodotto interno lordo cinese è salito a 16 punti. E tutto questo non va in fondo a beneficio della maggior parte della popolazione del paese? Non nel modello cinese di corporativismo di stato guidato dagli affari che è venuto fuori dal guscio dopo le proteste di Tien An Men nel 1989 per conservare il potere economico e l’importanza del partito.

È sorprendente che il contributo più rilevante alla crescita cinese dagli anni novanta del novecento non venga dal netto delle esportazioni ma da investimenti a capitale fisso finanziati dall’interno utilizzati per l’acquisto di macchinari o per la costruzione di edifici e infrastrutture come strade e ponti. Questo, per esempio, ha rappresentato più della metà del prodotto interno lordo nel 2008 e più del 45 per cento della crescita del PIL in quell’anno. Grazie al massiccio piano di stimolo per l’economia da 586 miliardi di dollari, circa il 75 per cento della crescita di quest’anno – che ora sta toccando l’otto per cento – è stata ottenuta attraverso investimenti a capitale fisso controllati dallo stato.

Ma non è soltanto la grande fiducia nei confronti dell’investimento a capitale fisso a essere impressionante. Anche dove va il capitale è molto importante. È insolito vedere la Cina in quei mutui bancari che – prelevati dai depositi dei suoi cittadini versati nelle banche controllate dallo stato – costituiscono circa l’80 per cento di tutta l’attività di investimento del paese. E benché siano proprio le imprese a controllo statale a produrre tra un quarto e un terzo del prodotto del paese, queste ricevono più dei tre quarti del capitale del paese. E le cifre sono in ascesa. A questo proposito la dice lunga il fatto che le imprese controllate dallo stato abbiano ricevuto più del 95 per cento del denaro previsto dal piano di stimolo per il 2009. Il settore statale cinese detiene attualmente non meno dei due terzi dei beni fissi del paese.

La crescita economica nei paesi poveri è significativa se riesce a elevare lo standard di vita della maggioranza dei suoi cittadini. Ma i modelli di sviluppo guidati dallo stato come accade in Cina conducono di solito a profonde disuguaglianze strutturali che sono molto difficili da risolvere.

Appare significativo che le persone appartenenti alla classe media in Cina (tra i 50 e i cento milioni di cittadini a seconda di come si definisce il termine middle class)siano i più forti sostenitori del partito, una forza di 75 milioni di persone. Di queste élites fanno parte quei gruppi, in velocissima crescita, desiderosi di diventare membri del partito, almeno un quarto dei quali sono costituiti da lavoratori professionisti e qualificati, un terzo da studenti e un altro terzo da uomini d’affari di successo. Entrare nel partito è divenuta una mossa assai remunerativa dal punto di vista della carriera. Grazie al controllo delle industrie più importanti e della maggior parte del capitale del paese (attraverso le banche gestite dallo stato) e alla supervisione di un ampio sistema di riconoscimenti, promozioni e regolamentazioni, il Partito comunista cinese continua a controllare e a dispensare una importante fetta delle più apprezzate opportunità economiche, professionali e intellettuali del paese.

Nel frattempo, circa un miliardo di persone non si gode i frutti della prosperità. Il cosiddetto bottom billion, l’“ultimo miliardo” della nazione, è costituito da persone estranee al modello di sviluppo guidato dallo stato cinese. Si tratta di persone che hanno poche prospettive di crescita e che soffrono sotto il giogo del potere, molto spesso corrotto e incompetente, degli oltre 45 milioni di funzionari locali. Secondo un rapporto dell’Accademia cinese delle scienze sociali diffuso nel 2005, per esempio, più di 40 milioni di famiglie hanno visto negli ultimi anni le proprie terre confiscate illegalmente da funzionari locali corrotti e irresponsabili. Negli anni novanta del novecento la lotta alla povertà ha subito un drammatico rallentamento e dal 2000 il numero dei poveri si è di fatto raddoppiato in termini assoluti. Nel volgere di una generazione, la Cina è passata dall’essere il paese più imparziale ad essere il più ingiusto in tutta l’Asia.

Le cose non sono sempre andate così. L’ottanta per cento delle centinaia di milioni di cinesi sfuggiti alla povertà lo ha fatto durante i primi dieci anni della riforma che avrebbe poi condotto alle proteste di Tien An Men nel 1989, prima che lo stato riprendesse il controllo dell’economia. Le entrate, a tutti i livelli, crescevano praticamente con la marea. Ci fu una riduzione del numero, dei poteri discrezionali e dei compiti dei funzionari locali. Le imprese private sorpassavano nei risultati persino le migliori di quelle a controllo statale e una middle-class indipendente cresceva e prosperava. Poi venne Tien An Men, Beijing diede l’alt alle riforme e cambiò direzione. (Come era prevedibile, tutto ciò è rimasto fuori da The Founding of a Republic).

Le celebrazioni previste a Beijing e in altre città saranno senza alcun dubbio spettacolari. Ma durante la prevista parata militare per mettere in mostra cinque tipi di missili a progettazione nazionale e durante gli altri festeggiamenti sarà in mostra anche il potere dello stato. Saranno lì grandi contingenti della Polizia armata del popolo e dell’Esercito popolare di liberazione nel caso in cui qualche dissidente dovesse fare la propria apparizione. Sui tetti dei palazzi lungo il percorso deciso per la parata saranno piazzati dei cecchini. Il 1 ottobre verrà dimostrato il successo del Partito nel restare al potere e la forza e la prosperità dello stato cinese, ma non certo quella del suo popolo.

La Cina avrebbe bisogno di costruire delle istituzioni – e in particolar modo di promuovere la regola di legge, la responsabilità e la trasparenza – e lo stato avrebbe bisogno di togliere le mani dalle leve del potere economico. Il partito sa molto bene che è molto probabile che tali condizioni finiscano per condurre a una riforma di natura politica ed è proprio questo il motivo della resistenza al cambiamento. Ma se ciò dovesse mai accadere tutto il popolo cinese, e non soltanto lo stato, avrà molto di più da celebrare la prossima volta.

Fonte: L’Occidentale 3 ottobre 2009

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