Il referendum in Sudan mette in causa il ruolo di Pechino come superpotenza

Le 3,8 milioni di persone del meridione del Sudan scelgono (dal 9 al 15 gennaio) se diventare uno Stato indipendente, ieri aveva votato il 20%. Esperti prevedono vinca la secessione, ma l’incognita è la reazione del governo di Khartoum. Grande alleato del presidente Omar al-Bashir è la Cina, e il voto è anche un esame della credibilità di Pechino come potenza internazionale. Il voto è esito dell’accordo del 2005 tra governo e ribelli del sud, che ha posto fine a 20 anni di sanguinosa guerra civile tra il nord a maggioranza islamica – che finora ha espresso la leadership del Paese – e il sud cristiano e animista. Il conflitto ha causato 2 milioni di morti e milioni di profughi. La Cina è il principale partner commerciale del Sudan, nonostante un embargo internazionale, ed è stata accusata di vendergli armi usate nella guerra civile. Nel meridione secessionista si trova circa l’80% dei 480mila barili di petrolio estratti ogni giorno dalla China National Petroleum Corp. (che ne riceve il 60% circa), dalla  malaysiana Petroliam Nasional Bhd. e dalla indiana Oil & Natural Gas Corp. Il 98% del budget del governo dipende dal petrolio: i giacimenti sono nel sud ma a nord sono le raffinerie e gli oleodotti vanno al settentrionale Port Sudan sul Mar Rosso. Nel sud ci sono anche giacimenti di oro e cromite e depositi di marmo e gesso. Ma metà della popolazione della regione vive con meno di un dollaro al giorno, l’85% degli adulti sono analfabeti e una donna su 7 muore per cause collegate alla gravidanza. Il presidente al-Bashir ha promesso di rispettare l’esito del voto, ma ha anche avvertito che un sud indipendente potrebbe avere gravi problemi di instabilità. Gli esiti del voto sono comunque attesi a febbraio. Pechino giustifica i rapporti con governi dittatoriali con la dottrina della “non-interferenza” negli affari interni di altri Paesi, anche in polemica con l’interventismo occidentale tacciato di “colonialismo”. Ma la Cina ha grandi interessi in Sudan: la Cnpc ha realizzato l’oleodotto di 1.500 chilometri che porta il petrolio dal sud a Port Sudan, le ditte cinesi hanno realizzato strade, interi quartieri, servizi. Peraltro Salva Kiir, leader politico meridionale e secessionista, ha visitato due volte Pechino e nel settembre 2008 è stato stabilito un consolato cinese a Juba, “capitale” meridionale. Voci insistenti indicano che la Cnpc potrebbe costruire un nuovo oleodotto dal sud del Paese verso il porto keniano di Luma. Ma pochi dei 24mila cinesi presenti in Sudan sono nel meridione, a Juba c’è un solo albergo gestito da cinesi. Comunque, nessuno ritiene che al-Bashir agisca in modo contrario ai desideri del grande alleato cinese. Pechino non si è espressa sul referendum e cerca di defilarsi da responsabilità internazionali. Ma tutti ritengono che una potenza mondiale non può limitarsi a salvaguardare i propri interessi commerciali, ma occorre che prenda posizione sulle questioni internazionali, indicando quali obiettivi persegue. A chiederlo in Sudan, in caso di problemi, sarà non solo la comunità internazionale, ma le stesse ditte cinesi presenti.

Fonte: Asia News, 12 gennaio 2011

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