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Il protezionismo, il male assoluto

I “grandi” del mondo parlano del protezionismo come del male assoluto. Tuttavia le misure protezionistiche sono molto diffuse sul pianeta. Gli USA sostengono il loro apparato militare-industriale con la spesa pubblica. La Russia blocca certe auto estere. La Cina impone dazi e restrizioni alle importazioni mentre favorisce il suo export con la sottovalutazione della sua moneta. Il Brasile adotta clausole di autorizzazione per metà delle sue importazioni e l’India vieta l’importazione di giocattoli cinesi. Il mercato libero è cosa giusta solo a patto che si applichino le stesse regole. Come può la nostra industria competere con paesi come la Cina che usano il lavoro forzato (www.laogai.it [1]) per aumentare la propria competitività? E mentre le aziende occidentali chiudono e licenziano per delocalizzare, Pascal Lamy, direttore del WTO, continua a chiedere un’accellerazione delle liberalizzazioni! Il Signor Lamy non ha capito che la crisi proviene da un deficit della domanda su scala mondiale, la cui causa prima è stato il libero mercato senza regole. Ciò ha indotto le imprese a comprimere i salari. In un mondo dove si abbassano i salari, la domanda aggiuntiva non può che venire dall’indebitamento. Da qui la crisi. Infatti in occidente il solo dinamismo trainante è stato l’indebitamento degli americani, insieme al deficit estero degli Stati. I piani di rilancio degli “esperti” mirano a restaurare questo sistema: così avremo presto una nuova crisi, forse peggiore perchè risultano evidenti le difficoltà di finanziamento degli Stati. Le classi dirigenti sembrano essere incapaci di concepire la collettività sociale o nazionale. E’ questa incapacità a pensare il collettivo, il bene comune, che impedisce la soluzione della crisi. Occorrono leggi contro il commercio e l’importazione dei prodotti del lavoro forzato e del lavoro minorile, clausole sociali ed ambientali nel commercio internazionale, dazi protettivi, una forte industrializzazione con un polo pubblico di credito e la partecipazione dello Stato e va riformato il sistema bancario. Jacques Sapir, economista francese, suggerisce anche una forte svalutazione affinchè i rincari dei prodotti importati provochino lo sviluppo di industrie europee di sostituzione. Se l’Europa non si sveglia adottando un piano commerciale protezionista in modo coordinato, tutto il suo apparato industriale e il suo modello di società sarà devastato.
Toni Brandi, 27 marzo 2010

L’articolo è uscito sulle pagine nazionali di E Polis:

Protezionismo, male assoluto? [2]