Il prezzo della globalizzazione: sfruttamento, schiavitù e persecuzione

Davide Giannotti, Epoch Times | 2/01/2016
Quando si dice per un pugno di dollari: recentemente la Nestlé, multinazionale nel settore alimentare, ha scovato un piano di lavori forzati attivo nella propria filiera nel sud est asiatico.

A portare alla luce queste sconvolgenti rivelazioni è stata la Ong Verité che, dopo un anno di indagini (richieste dalla stessa Nestlé), ha scoperto che in Tailandia esiste un sistema di lavoro forzato i cui lavoratori provengono anche dalla Birmania, dalla Cambogia e dal Laos.

Le attività lavorative prese in esame da Verité si svolgono principalmente su dei vivai marini, dei barconi le cui condizioni di lavoro sono ai limiti della sopportazione umana (con orari di lavoro inumani, una paga minima, intimidazioni e abusi di vario genere) e, come se tutto questo non bastasse, vengono sfruttati anche dei minorenni.

Per comprendere a fondo i rischi del lavoro forzato e del traffico di esseri umani nella filiera produttiva tailandese, la Ong Verité, che si batte per i diritti dei lavoratori in tutto il mondo, ha condotto un’indagine mirata in sei siti produttivi del Paese asiatico. Ne è emersa una triste verità: uomini di tutte le età, principalmente cambogiani, birmani e del Laos, vengono attratti da false promesse, reclutati e poi trasportati in maniera disumana verso i siti produttivi tailandesi. Qui pescano e lavorano quei frutti di mare che a loro volta sono immessi nella catena di fornitura di Nestlé, attraverso un processo che raggiungerà alla fine i prodotti per cani e gatti della linea Purina.

Mentre c’è chi spera che questi frutti di mare non vadano a finire anche in prodotti per uomini, come ad esempio qualche pizza ai frutti di mare della Buitoni, c’è chi ricorda che questa non è la prima volta in cui la Nestlé affronta una tale ‘crisi etica’. Già in passato, la Compagnia si è dovuta confrontare con lo sfruttamento del lavoro minorile nelle piantagioni di cacao della Costa d’Avorio di cui si serviva per i propri prodotti dolciari (accuse respinte dalla Nestlé in comunicato ufficiale diffuso a suo tempo). Oggi, l”ombra della speculazione e dello sfruttamento incentivati dall’egoismo e dall’avidità torna a incombere sulle filiere produttive della multinazionale che, per il caso tailandese, ha peraltro istituito, in collaborazione con Verité, un pregevole piano di azione.

Nato principalmente con lo scopo di impedire lo sfruttamento e il lavoro minorile, l’Action plan di Nestlé si concentra su diverse attività, diluite nel breve-medio termine, con lo scopo di migliorare considerevolmente le condizioni di lavoro dei pescatori asiatici che lavorano nella catena produttiva. Tra le principali azioni, Nestlé ha istituito un team di emergenza per il soccorso dei lavoratori migranti, un meccanismo per sporgere denunce, e una procedura per ottenere una maggiore tracciabilità delle materie prime. Inoltre, il Gruppo svizzero ha assunto un manager specializzato che sorveglierà l’attuazione di ogni parte del programma, che a sua volta dovrà essere rispettato allo stesso modo dai fornitori che collaborano con Nestlé.

Riflettendo su un piano più ampio, l’operatività di una multinazionale è molto complessa: più un’azienda cresce, più diventa difficile e allo stesso tempo importante monitorare ogni più piccola azione che rientra nel processo di produzione di un bene. Basti pensare allo scandalo, riportato a suo tempo dai più importanti media internazionali, della Nike che sfruttava, con 16 ore di lavoro al giorno, migliaia di bambini che cucivano palloni e vestiti. Un problema ben presto risolto, ma che coinvolge ancora un considerevole numero di grandi aziende, nonostante le brutte esperienze già affrontate da diversi marchi. Secondo l’Unicef, nel mondo sono più di 150 milioni i bambini intrappolati in impieghi che mettono a rischio la loro vita, escludendoli da ogni possibilità di svago e istruzione.

Il problema dello sfruttamento si concentra nelle zone più povere del pianeta, o in quelle in cui i diritti umani non sono all’ordine del giorno. È infatti molto recente la notizia secondo cui un cliente di Primark, nota catena di abbigliamento, abbia trovato all’interno di un paio di calzini un biglietto con una richiesta di aiuto in cinese. Parte del messaggio recitava: «Attualmente sono detenuto nel Centro di Detenzione della Contea di Lingbi. Il mio corpo, la mia mente, stanno soffrendo una brutale tortura e persecuzione». Il messaggio arriva da un operaio di nome Ding Tingkun.

Questo proietta direttamente verso un dramma tanto grave quanto quella del lavoro minorile: esistono Paesi, come la Cina, in cui lo sfruttamento si trasforma letteralmente in schiavitù. Quello che accade nelle filiere di produzione cinesi, quando rivelato, sconcerta chiunque. Come il caso di Jennifer Zeng, praticante del Falun Gong (una millenaria disciplina di meditazione fondata sui principi di verità, compassione e tolleranza), e brutalmente perseguitata dal regime cinese dal 1999.

Jennifer Zeng era un quadro del Partito comunista cinese, ma questo non è bastato a risparmiarle – quando il leader del Pcc Jiang Zemin ha dato il via alla persecuzione – anni di reclusione, abusi, torture e lavori forzati. Secondo la sua testimonianza, riportata fedelmente nel film-documentario Free China, la Zeng è stata costretta a cucire i coniglietti giocattolo di Nestlé, per conto dell’azienda Beijing Mickey Toys Co., che collaborava con la multinazionale svizzera per la realizzazione di diversi prodotti.

In un rapporto pubblicato dalla World Organization to Investigate the Persecution of Falun Gong (WOIPFG), Jennifer Zeng afferma che la maggior parte dei prodotti fabbricati erano destinati all’esportazione: «Nel febbraio del 2001 – si legge nella dichiarazione della Zeng – abbiamo ricevuto un ordine per 100 mila conigli giocattolo. Secondo la polizia, questi erano prodotti Nestlé che sarebbero stati utilizzati per le loro promozioni». Il 28 dicembre del 2001, il Sydney Morning Herald ha pubblicato uno scoop che svelava le relazioni tra la multinazionale e l’azienda manifatturiera di Pechino. Di lì a poco, la Nestlé rispondeva al media ammettendo in parte la sua responsabilità e correndo ai ripari. Da quel momento, infatti, le commesse alla Beijing Mickey Toys sono calate drasticamente.

«Di solito – continua Jennifer Zeng – erano necessari 30 processi diversi per fare un coniglietto come questo, e ci sarebbero volute 10 ore per finirne uno. La paga per un singolo coniglio era di 30 centesimi (l’equivalente di 0,04 euro, ndt), ma noi non prendevamo niente. Di solito iniziavamo a lavorare alle cinque del mattino e non smettevamo prima delle 2 o 3 del mattino seguente […] La notte, ero così esausta da non poter nemmeno contare chiaramente dall’uno al nove». Questo è solo uno dei racconti con cui la Zeng ha descritto la sua prigionia nel campo di lavoro di Xin’an.

Ripercorrendo le vite di queste persone, viene naturale chiedersi: qual è il giusto prezzo della crescita? Con quali occhi i consumatori occidentali guardano le multinazionali? Qual è, in ultima analisi, il valore della vita umana?

Fonte: EpochTimes, http://epochtimes.it/n2/news/quanto-e-alto-il-prezzo-della-globalizzazione-3164.html

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