Il premier in esilio: «Pronti al sacrificio»

«Tutto il mondo sa che la tragedia dei tibetani che si danno fuoco non è terrorismo, come dicono i cinesi. Sono atti di resistenza. Ma ai cinesi non importa nulla di cosa il mondo pensi davvero del Tibet e delle violazioni dei diritti umani. È proprio questa tracotanza a preoccupare la comunità internazionale quando osserva l’ ascesa della Cina sulla scena globale. Se alla Cina serve davvero il rispetto del mondo, deve capire cosa sta dietro le auto-immolazioni. Se non affronta le sofferenze autentiche dei tibetani, la loro resistenza nel prossimo futuro continuerà». Lobsang Sangay, giurista di Harvard, è il Kalon Tripa, il «primo ministro» del cosiddetto governo tibetano in esilio. Ha assunto la piena leadership politica ereditata dal Dalai Lama, che resta la guida spirituale dei buddhisti tibetani. «L’ avversario è potente, le sfide pazzesche…», confida al Corriere della Sera. Gli atti di protesta nelle aree tibetane continuano, ultima vittima una monaca diciottenne. Incombe l’ anniversario dei moti del 2008. Rispondendo da Dharamsala, in India, Sangay definisce le autoimmolazioni «lo zenit della resistenza nonviolenta, perché darsi fuoco distrugge il proprio corpo ma non tocca l’ avversario, cioè i cinesi. Noi, governo in esilio, non abbiamo mai incoraggiato questi sacrifici e abbiamo chiesto di astenersi da misure estreme. Detto questo, l’ essenza delle proteste resta il fatto che i tibetani non accetteranno mai l’ occupazione militare del Tibet e lo status di cittadini di seconda classe. E dunque è una reazione naturale: dove c’ è oppressione, c’ è resistenza». Ma per un buddhista il suicidio è filosoficamente giustificabile? «È un tema molto complesso. Ma chi si arde vuole attrarre l’ attenzione del mondo sul Tibet. Atti di altruismo, il più alto sacrificio possibile». Nato nel 1968 da una famiglia povera scappata dal Tibet nel ‘ 59, dottorato in legge ad Harvard, Sangay dice «avversario», non «nemico». E «governo» cinese, non «regime». È una sfida politica: «L’ obiettivo del mio governo è garantire, attraverso il dialogo pacifico con i rappresentanti di Pechino, una genuina autonomia nella cornice della Costituzione cinese. È la “via di mezzo” formulata dal Dalai Lama cui ho il dovere costituzionale di attenermi». Ha mai incontrato inviati di Pechino? «Finora no». Quando le trattative? «Risolvere pacificamente la questione del Tibet non dipende solo da noi. Dipende anche dall’ atteggiamento dei cinesi, se sono davvero interessati a una soluzione amichevole alla crisi tibetana, e dal sostegno al dialogo da parte della comunità internazionale. Tuttavia, come dimostrano le auto-immolazioni, i cinesi stanno adottando una repressione estremamente dura e sono lontanissimi dall’ idea di un tavolo negoziale. Ma noi siamo pronti a trattare. In ogni momento e ovunque». Per Sangay esistono «alcune cose che Pechino potrebbe fare per mostrare buona volontà». Eccole: «Via il controllo militare intorno ai monasteri. Basta con la demonizzazione del Dalai Lama e col divieto di mostrare le sue immagini. Quindi la Cina potrebbe rilasciare i prigionieri di coscienza in cella e dare una buona volta dettagli precisi sul Panchen Lama riconosciuto dal Dalai Lama», arrestato bambino e sostituito nel ‘ 95 con un Panchen Lama organico a Pechino. Tuttavia tra i cinesi, riconosce, «c’ è un numero sempre maggiore di intellettuali e giuristi che esprimono preoccupazione per come il governo cinese tratta i tibetani. Un centinaio di loro firmò una petizione nel 2008. Correndo rischi personali, avvocati cinesi si sono esposti per difendere dei manifestanti tibetani arrestati. Mettono in discussione le politiche sbagliate del governo in Tibet. Segni di come cresca la consapevolezza dei cinesi han circa la reale situazione in Tibet». La propaganda cinese insiste sul miglioramento delle condizioni di vita, il piano quinquennale ha stanziato per il Tibet 212 miliardi di renminbi (25 miliardi di euro). «Ma esperti indipendenti hanno mostrato chiaramente che a godere dei principali benefici economici in Tibet sono i cinesi han. I leader comunisti di etnia tibetana non hanno potere reale: sono fantocci e non hanno il potere di tenere alcun canale di comunicazione con noi. Comandano i quadri han. Anche il Panchen Lama di Pechino è un fantoccio». Mentre «i cinesi provano a dividere i tibetani senza riuscirci», la comunità internazionale non sembra invece avere intenzione di infastidire più di tanto Pechino. «Ma l’ Occidente sa bene che nella vita umana l’ economia non è tutto. Esistono valori non spendibili, come i diritti umani e altre libertà civili. La repressione di intellettuali e avvocati in Cina e l’ occupazione del Tibet macchiano l’ ascesa di Pechino. Se Pechino e la comunità internazionale vogliono che cessino le auto-immolazioni, allora le legittime richieste dei tibetani vanno prese in considerazione, se non accolte immediatamente. Il gioco delle accuse non serve a nulla».

Del Corona Marco

Fonte: Corriere della Sera, 13 febbraio 2012

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