Il parlamento tibetano in esilio si oppone alla rinuncia del Dalai Lama

Il parlamento tibetano in esilio è incerto se accettare la rinuncia del Dalai Lama da capo politico dei tibetani. Ieri, in una sentita discussione in corso a Dharamsala (India), sede del governo tibetano in esilio, 11 dei 14 parlamentari intervenuti a parlare (su 43 membri) si sono detti contrari all’emendamento costituzionale necessario per consentire la rinuncia. Il parlamentare Ugen Topqyal ha affermato che “la popolazione tibetana non è d’accordo con la decisione di Sua Santità. Mi dimetterò se c’è una proposta di [approvare questo] cambiamento”. Tre parlamentari hanno proposto un referendum tra i 200mila tibetani esiliati. Una proposta intermedia prevede che il Dalai Lama conservi il suo ruolo, ma che siano attribuite maggiori responsabilità al parlamento. Si prospetta una soluzione di compromesso. Il 14 marzo lo stesso Dalai Lama ha detto al parlamento che il movimento dei tibetani in esilio non è ancora abbastanza maturo per scegliere in modo diretto il leader. La settimana scorsa il 75enne leader tibetano ha annunciato di voler rinunciare al ruolo di capo politico del governo tibetano e di voler proporre un emendamento perché i tibetani siano guidati dal primo ministro eletto. L’emendamento dovrebbe essere votato questa settimana, prima delle elezioni politiche. Il Dalai Lama, leader politico e sprirituale dei tibetani, è scelto in base a un complesso rituale. Nel 1995 il Dalai Lama indicò il nuovo Panchen Lama in Gedhun Choekyi Nyima, un bambino di  6 anni. Tuttavia Pechino ha rapito il Panchen Lama (di cui dal 1995 non si hanno notizie) e ha scelto un proprio Panchen Lama, Gyaincain Norbu, secondo una diversa interpretazione del rituale. Il Panchen Lama, numero 2 del Tibet, ha anche il compito di scegliere il nuovo Dalai Lama. Pechino ha più volte affermato che tale scelta spetta al governo cinese. Anche per questo l’attuale Dalai Lama ha suggerito che il prossimo leader spirituale potrebbe essere scelto non con gli antichi rituali ma con un voto. Oltre che risolvere il problema della sua successione, il Dalai Lama vuole così togliere a Pechino la possibilità di attaccarlo come capo politico, anche nell’affermata speranza di poter tornare nella sua terra, da cui è in esilio dal 1959. Ma il problema è anche che il movimento tibetano è diviso, tra chi chiede solo una maggior autonomia dalla Cina e chi vuole la completa indipendenza. Il premier tibetano Samdhong Rinpoche ha detto ieri che il parlamento affronta questa proposta di cambiamento “con cuore pesante”. Già in precedenza il Dalai Lama aveva chiesto di rinunciare alle sue responsabilità politiche, ma il parlamento aveva sempre respinto la richiesta.

Fonte: Asia News, 16 marzo 2011

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