Il Papa scomunica il vescovo di Stato

Ancora una scomunica, la seconda in pochi giorni. Ancora un comunicato per manifestare il «rammarico» del Papa di fronte alle ordinazioni episcopali illegittime che avvengono in Cina. Ieri il Vaticano ha condannato la consacrazione del sacerdote Huang Bingzhang a vescovo delle diocesi di Shantou, avvenuta giovedì scorso, senza il mandato papale, e dopo che la Santa Sede aveva ripetutamente chiesto al candidato di non accettarla. Sono sempre più in alto mare i rapporti tra la Chiesa di Roma e le autorità di Pechino, che da novembre hanno deciso di procedere a coprire le diocesi rimaste vacanti – una quarantina – con la nomina di nuovi vescovi, senza preoccuparsi del veto vaticano che grava su alcuni dei candidati, prescelti con votazioni pseudo-democratiche sotto stretto controllo governativo, considerati inadatti dalla Santa Sede. Lo scorso 29 giugno c’era stata la prima ordinazione illegittima del 2011, quella di Lei Shiyin per la diocesi di Leshan. Anche a lui il Vaticano aveva comunicato da tempo che non sarebbe stato accettato a causa di «motivi comprovati e molto gravi». Cinque giorni dopo, è stata resa nota la sua scomunica. Lo stesso si è ripetuto ieri dopo la consacrazione del 14 luglio: il comunicato della Santa Sede ricorda che anche Huang Bingzhang è incorso nella scomunica «latae sententiae», cioè automatica, e che «egli è privo dell’autorità di governare la comunità cattolica» di Shantou. All’ultima consacrazione hanno partecipato otto vescovi, tutti in piena comunione con Roma. Nei giorni precedenti alcuni di loro erano stati prelevati dalla polizia per costringerli a partecipare al rito. Mentre il vescovo designato per presiedere la celebrazione, monsignor Pei Junmin, è riuscito disertarla grazie a un sit-in di preghiera dei suoi preti e fedeli che l’hanno protetto, rendendo impossibile il «prelevamento» da parte della polizia. La Santa Sede è cosciente di questa difficile situazione e del fatto che diversi dei vescovi coinvolti nelle ordinazioni illegittime non erano liberi. Per questo, nel comunicato si citano le «forme di resistenza» messe in atto da alcuni di loro, definendo meritori «davanti a Dio», e apprezzati in tutta la Chiesa, i loro atti. Uguale «apprezzamento» è manifestato per quanti «hanno difeso i propri pastori» e hanno pregato per loro. Il Vaticano riafferma «il diritto dei cattolici cinesi di poter agire liberamente, seguendo la propria coscienza e rimanendo fedeli» a Benedetto XVI, il quale «ancora una volta si rammarica di come viene trattata la Chiesa in Cina e auspica che si possano superare al più presto le presenti difficoltà». La tensione continua dunque a salire e c’è il rischio che allungandosi la lista dei vescovi illeggittimi si creino le condizioni per una deriva scismatica, un vero paradosso per il pontificato di Ratzinger, tutto proteso invece a favorire la riconciliazione e il riassorbimento degli scismi. Una terza scomunica potrebbe arrivare a giorni, dato che sono avviati i preparativi per una nuova consacrazione illegittima nella diocesi di Harbin. La dichiarazione di ieri non chiude tuttavia la porta al dialogo: in Vaticano conoscono la complessità della situazione e i collaboratori del Papa sono coscienti che per risolverla non bastano scomuniche e note di protesta, peraltro puntualmente ignorate dalle autorità di Pechino. In Cina, com’è noto, la Chiesa cattolica è composta da due comunità: quella ufficiale, controllata dall’Associazione Patriottica filo-governativa; e quella sotterranea costretta alla clandestinità. Negli ultimi anni quasi tutti i vescovi illegittimi hanno chiesto e ottenuto la comunione con il Papa, anche quelli che hanno scelto di esercitare «ufficialmente» il loro ministero. E si era riusciti ad arrivare a procedure concordate per la nomina dei nuovi vescovi. Ora però tutto sembra rimesso in discussione. La politica cinese è infatti già protesa verso il cambio di poteri ai vertici dello Stato che avverrà alla fine del prossimo anno. Il dialogo con la Santa Sede non è una priorità per i leader di Pechino, che anzi, in questo momento, hanno piuttosto interesse a mostrarsi poco propensi alle trattative con il Vaticano. Così la politica religiosa viene gestita applicando meccanicamente i vecchi protocolli  e gli slogan dell’indipendenza «patriottica» delle realtà religiose del Paese.

Andrea Tornielli

fonte: Vatican Insider, 17 luglio 2011

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