Il mondo dell’hi-tech nella mani di Pechino

Diciassette metalli che sono indispensabili per produrre (quasi) tutto: dalle auto ai computer, ai telefoni cellulari. Il 97% della produzione viene dalla Cina, che riduce l’export verso Occidente. Vuole l’esclusiva sui mercati mondiali. La tecnologia del futuro sarà solo made in China?
Acqua, grano, patate. Oro, argento, acciao. Petrolio, gas, uranio. Cibo, ricchezza ed energia uguale potere: tre elementi, tre categorie. Poi siamo piombati nel mondo della tecnologia, e la chimica ha aggiunto una quarta categoria che raccoglie una serie di materiali dai nomi curiosi: terbio, disprosio, neodimio, lantanio, ytterbio, europio, prometio, cerio. Sono i metalli rari – i rare earth element, per gli esperti ree -, uno dei mezzi con cui la Cina prova a prendere il controllo di buona parte dei mercati del futuro, complici l’esplosione della green economy e dell’alta tecnologia.
Perché la tecnologia, che si tratti di tv o di internet, dei satelliti militari o dello smartphone che sognamo di trovare sotto l’albero di Natale, della marmitta catalitica dell’automobile o della magia che permette al forno a microonde di scongelare l’arrosto in tre minuti senza cuocerlo, non può prescindere dai metalli rari. Buona parte di queste meraviglie – per fare un esempio meno terra terra, l’acceleratore di particelle del Cern di Ginevra – sono possibili proprio grazie alle proprietà (alta conduzione, peso specifico, caratteristiche magnetiche) di questi metalli dai nomi impronunciabili.
Il gruppo conta 17 elementi che sono contenuti in quantità variabile in quasi tutti gli oggetti della nostra vita quotidiana: hanno, per esempio, un ruolo di primo piano nello sviluppo dell’economia verde. Ci sono metalli rari nelle batterie delle auto elettriche e nei cavi in fibra ottica, nei superconduttori e nelle lampadine a basso consumo, nelle turbine eoliche e nei magneti che fanno funzionare motori e generatori elettrici ad emissioni zero. Senza metalli rari niente iPhone e niente computer di ultima generazione, niente televisori ultrapiatti e niente maxischermi, figurarsi il 3D. Niente macchine radiografiche, in ospedale per battere le malattie o in aeroporto per tenere le bombe lontane dagli aerolani. Addio alle reflex digitali con cui ormai qualunque famiglia immortala i bimbi in spiaggia e alle linee telefoniche ultraveloci senza le quali aprire una pagina di Facebook è un’impresa.
La batteria dell’ultimo motore ibrido di Toyota contiene 15 chili di metalli rari e quest’anno sarà prodotta in un milione di esemplari: Toyota s’è comprata una miniera in Vietnam firmando un contratto di fornitura esclusiva, ma potrebbe non bastare. I numeri parlano chiaro.
Un altro numero parla chiaro, fin troppo chiaro. Il 97% dei metalli rari esce dalle miniere cinesi: la più grande di tutte è quella di Batou, nella Mongolia interna. Fino a una quindicina di anni fa era solo una delle tante industrie estrattive e produceva per l’esportazione: a quell’epoca di alta tecnologia nel Paese della Grande Muraglia se ne produceva poca, perlopiù in relazione alle necessità militari, dunque la domanda interna di metalli rari restava marginale.
Poi la Cina ha cominciato la sua corsa personale, ha aperto produzioni ad alto contenuto tecnologico – o ha ospitato sul suo territorio filiali di imprese estere del settore – e ha cominciato a tenere una parte sempre maggiore di metalli per sè. Negli ultimi sette anni si è arrivati alla soglia dell’allarme: Pechino, così dicono le autorità cinesi, ha bisogno dei suoi minerali e non ha nessuna intenzione di dividerli con il resto del mondo. Le esportazioni sono state tagliate del 40% – uno stillicidio annunciato anno per anno -, e se dovesse procedere a questo ritmo nel 2012 il paese della Grande Muraglia produrrà metalli rari solo per sé, lasciando il resto del mondo a gingillarsi con il suo bravo 3% di produzione.
Nuove miniere? Capita la portata del fenomeno i grandi investitori di tutto il mondo hanno scatenato una caccia senza frontiere ai metalli rari sforacchiando Groenlandia, Sudafrica e Sudamerica: terre che già ospitavano miniere fino a che il mondo non ha deciso che tanto valeva comperare dai cinesi.
Peccato, dicono gli esperti, che manchino ancora come minimo cinque o sei anni (ma potrebbero essere dieci) prima che le nuove miniere comincino a produrre in quantità accettabili dal mercato.
Ancora numeri, e questi fanno impressione: in tutto il mondo le industrie che dipendono dai metalli rari valgono il 5% del Pil. Negli ultimi dieci anni la domanda è triplicata, passando da 40 a 120 mila tonnellate l’anno, ma già nel 2014 si potrebbe arrivare a 200 mila con l’impulso dato negli ultimi mesi ai motori verdi. D’altra parte, alzi la mano chi non ha un’auto con marmitta catalitica, un forno a microonde, un televisore a schermo piatto, un computer, un cellulare, una lampadina di ultima generazione (alcune, in Europa, sono diventate obbligatorie: sul mercato non se ne possono vendere altre). Tutti prodotti che adesso si stanno diffondendo anche nei paesi emergenti.
Jack Lifton, uno degli esperti più accreditati della materia, ha le idee chiare: «Il mondo occidentale non sembra aver capito che sta arrivando una crisi vera. Cercare fornitori fuori dalla Cina è un’emergenza che va affrontata subito. Pechino esportava il 75% dei metalli, oggi è scesa al 25 e, soprattutto, pensa di non aver nessun obbligo di garantire le forniture ad altri paesi».
Un timido tentativo di aprire una discussione è arrivato, in realtà, dal ministro del Commercio britannico, che ha annunciato un «monitoraggio» per verificare «se la Cina rispetti le regole del commercio internazionale». Anche il Dipartimento dell’economia americano s’è fatto sentire: «Stiamo lavorando con l’Organizzazione mondiale del commercio per valutare l’impatto della domanda sul lungo termine». Puoi capire il panico a Pechino, dove il ministero dell’Industria ha prodotto un rapporto con cui consiglia al governo di vietare le esportazioni per almeno cinque metalli e di contingentare quelle degli altri. La Cina ha poi chiarito che quel documento – che pure esiste – non rappresenta la linea ufficiale del governo, almeno non ancora.
Ma è chiaro che il gioco cinese punta al monopolio: con le esportazioni azzerate bisognerà comperare da loro. Oppure spostare le produzioni (magari anche solo in parte) sul territorio cinese, girando verso Oriente un flusso di investimenti enorme. E questo è potere vero.

Fonte: La Stampa.it, 14 novembre 2010

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