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Il militarismo del Reich cinese

Un F-35 low cost. La Cina sfida gli Usa sulle armi del futuro.

Pechino imita il caccia puntando a esportarlo in Brasile E si aggiudica mega-commessa di missili in Turchia

MAURIZIO MOLINARI
CORRISPONDENTE DA NEW YORK

Un jet stealth per rivaleggiare con l’F-35 e un sistema antimissile capace di rubare commesse ai Patriot: la Cina di Xi Jinping porta la sfida all’America sul mercato degli armamenti, mirando a conquistare clienti in Occidente. Anche nella Nato.

Nella foto: Copiata la tecnologia stealth anche usando resti di un F-117 caduto in Serbia

Il cacciabombardiere cinese a decollo verticale è il J-31, meglio noto come «Falcon Hawk». Il Quotidiano del Popolo di Pechino lo presenta come «la nuova generazione di aerei che decolleranno dalle portaerei» lasciando intendere che è stato voluto, progettato e realizzato per assicurare alla Cina una capacità di penetrazione strategica che accompagnerà il debutto delle portaerei. Significa voler sfidare la supremazia della Us Navy sui mari dell’Estremo Oriente e in particolare nell’Oceano Indiano, rotta di cruciale importanza per l’approvvigionamento energetico della Cina. Ma non è tutto perché, fanno sapere fonti militari di Pechino, il «Falcon Hawk» ha come obiettivo anche «gli acquirenti stranieri» a cominciare da Pakistan, Brasile e Paesi Arabi.

Le immagini dell’aereo divulgate da Pechino indicano una certa somiglianza con l’F-35 – l’aereo che il Pentagono introdurrà assieme a un gruppo selezionato di alleati a partire dal 2015 – e portano alcuni esperti di aviazione militare a ipotizzare che sia stato realizzato grazie all’esame da parte dei cinesi del relitto di un F-117 Stealth caduto nel 1999 in territorio serbo durante le fasi iniziali dell’attacco Nato alla Federazione jugoslava.

«Al momento sappiamo poco del J-31 e dunque un paragone con l’F-35 è difficile – spiega James Hardy, direttore di “Jane’s Defence Weekly” per Asia-Pacifico – ma la sua piattaforma fa pensare a un caccia di quinta generazione» realizzato per rivaleggiare con quelli occidentali.

Ciò che colpisce è la coincidenza fra gli ambiziosi annunci di Pechino sul «Falcon Hawk» e il successo cinese nella gara per realizzare il primo sistema anti-missilistico in grado di proteggere l’intera Turchia. Al bando di Ankara, per una commessa da 4 miliardi di dollari, erano arrivati finalisti la franco-italiana Eurosam con Aster 30, i russi di Rosoboronexport con gli S-300, le americane Lockheed Martin e Raytheon con i Patriot e la cinese Cpmiec che, nella sorpresa generale, si è imposta con il sistema di difesa FD-2000.

Per Washington si è trattato di uno doppio shock: da un lato Ankara ha preferito lo «scudo» cinese a quello americano, che in parte è già operativo grazie ai Patriot schierati lungo i confini con la Siria, e dall’altro la Cpmiec è una vecchia conoscenza in quanto si tratta di una società colpita da sanzioni perché fornitrice di armamenti a nazioni come l’Iran, la Nord Corea e la Siria. Lo scenario di una nazione Nato protetta da armi cinesi spinge i portavoce dell’Alleanza a Bruxelles a mettere le mani avanti: «Non sappiamo se potrà esserci interoperabilità con i nostri sistema d’arma».

Ma al di là dei risvolti politici, si tratta della conferma della scalata cinese al mercato internazionale delle armi. Fra il 2008 ed il 2012 la Cina è diventata il quinto Paese esportatore, spodestando la Gran Bretagna, grazie a un incremento delle vendite del 162% rispetto al quinquennio precedente, sospinto dall’incremento costante del bilancio militare accompagnato dalla capacità di rubare o acquistare – via hacker – segreti in altri Paesi. «Se la Cina si è imposta in Turchia – riassume Vasily Kashin, esperto di armamenti al Centro di strategie e tecnologie di Mosca – è perché hanno abbassato il prezzo e offerto di trasferire tecnologia occidentale e russa».

La Stampa.it, 03/Ottobre/2013