Il mercato nero dei passaporti. Così i cinesi «bucano» le frontiere.Scambi di persona e carte di credito per l’immigrazione illegale

La Cina è sempre più vicina. O meglio, sono sempre di più i cinesi che arrivano a Milano, approfittando anche di Expo. E sì, perché un visto turistico per visitare la grande Fiera, non lo si nega a nessuno.

Nella foto un dormitorio soppalcato

Peccato che a venire da noi, siano uomini e donne dagli occhi a mandorla che non hanno titolo e che versano molto denaro per comprarsi il visto da un connazionale che, invece, si presenta all’ambasciata italiana a Pechino o ai tre consolati sparsi nel Paese della grande Muraglia e chiede il visto. Per ottenerlo deve avere il passaporto in regola e una garanzia economica, meglio se la carta di credito oro, quella illimitata. E il gioco è fatto. Da quel momento scatta l’escamotage, l’ultimo inghippo per far entrare clandestini da noi.

Chi ha ottenuto il visto consegna poi il suo passaporto e la carta di credito a un connazionale in cambio di una somma di denaro che oscilla tra i 5 e i 7 mila euro. Tutto si gioca sul fatto che viene scelta una persona somigliante o vagamente somigliante e quindi nessuno farà caso alla piccola differenza che c’è tra la foto del passaporto e il volto di chi ne è in possesso.

Una volta arrivato in Italia, il potenziale clandestino esibirà il visto, il passaporto e la «garanzia», ovvero la carta d’oro di credito. A questo punto, si procede alla seconda fase del raggiro: il cinese arrivato da noi dopo aver pagato il sospirato visto al connazionale, spedisce per posta il passaporto al legittimo proprietario e fa a pezzi la carta di credito. Mentre in Cina, chi ha incassato il denaro, non dovrà fare altro che andare alla sua banca e richiedere un’altra carta, «perché quella che avevo l’ho smarrita».

Chi invece rimane qui, si recherà al consolato cinese a Milano per chiedere un passaporto nuovo, «perché il vecchio mi è stato rubato», oppure «non lo trovo più». Et voilà, passaporto nuovo di pacca col nome vero di chi ha pagato per venire in Italia.
«Da quel momento – dice il titolare di una agenzia di pratiche burocratiche che si occupa di stranieri – il clandestino che ha comunque con sé un passaporto, resta da noi in attesa di una nuova sanatoria. E, per campare, lavorerà in nero in qualche laboratorio tessile, o in una cucina di un ristorante. Difficile controllarlo, perché nel posto di lavoro ci resterà per almeno 12 ore al giorno. Mangerà lì e dormirà lì».

Se non trova un’occupazione subito, invece, la cercherà attraverso le locandine di un bar di Chinatown che le vende a un euro. E alloggerà in uno dei tanti dapù , circa una trentina, della zona. I dapù sono appartamenti in genere con due vani ciascuno soppalcati, dove vi possono vivere, stipati, anche 20 cinesi irregolari.

Qualche tempo fa la polizia fece un blitz in uno di questi dormitori clandestini, in via Alfieri. In due bilocali erano stati ricavati 41 posti letto, costituiti da brandine piazzate una a fianco all’altra, con adiacente – chiusa da una porta blindata – una bisca clandestina con tanto di fiches, carte e giochi per un casinò made in Cina .

Da allora le forze dell’ordine tengono sotto controllo costantemente il quartiere cinese, sempre più spesso nell’occhio del ciclone. Queste stamberghe fuori legge di via Paolo Sarpi e dintorni, dove si dorme su brandine messe in pila a due e a tre, per dieci euro a notte, le puoi trovare in Italia solo a Milano e Prato. In genere le «camerate» ospitano separatamente donne e uomini che dividono l’ unico bagno: turca, lavandino e doccia. Con possibilità di pasti a base di riso, spaghetti di soia e carne di maiale per 4 euro. Una bottiglia di birra, 2 euro.

Proprio qui, nel rione dove sono nati i figli dei figli dell’ ultima grande potenza socialista, nel triangolo Sarpi-Canonica-Montello, meglio conosciuto come Chinatown. Con oltre diecimila cinesi censiti e altrettanti clandestini stimati. Una massiccia comunità, seconda, tra le metropoli europee, solo a quella di Parigi. Da una parte le insegne dei 170 ristoranti e numerosi laboratori di pelletteria, oltre 230 e di abbigliamento e accessori, almeno 500, che alimentano il mercato dei lavoratori clandestini a basso costo. Dall’altro, invece, storia di vita moderna. Ma che per molti non è vita.

Corriere della Sera edizione di Milano,07/06/2015

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