Il mancato rispetto dei diritti umani non frena l’export cinese

La rete prevede la crescita del peso di Pechino nell’economia globale, nonostante restino ampie le distanze istituzionali con il resto del mondo. La svalutazione dello yaun spingerà le vendite all’estero.

Nella foto il presidente cinese Xi Jinping

Il rilievo economico della Cina nel quadro del commercio internazionale è destinato a crescere, e forse anche ad assumere forme più qualificate. E la distanza politica tra le democrazie occidentali e Pechino – per quanto destinata a durare – sembra non costituire un problema. Queste, in sintesi, le opinioni prevalenti che emergono dall’analisi che Voices from the Blogs ha svolto per conto di UniCredit e della rivista geopolitica East nel periodo tra 1 ottobre 2014 e 31 dicembre 2014, analizzando circa 180 mila post in lingua inglese pubblicati sui social media in Asia: si tratta quindi, presumibilmente, delle opinioni di chi – da oriente – conversa con un pubblico globalizzato.

Sul versante economico, infatti, le due previsioni che raccolgono i maggiori consensi dicono che nel 2015 le esportazioni cinesi aumenteranno (20,8%) e che dalla Cina si attende una nuova ondata di innovazione tecnologica (17,8%). Il quadro che ne emerge – tutto da verificare nei fatti, si intende – è suggestivo: il 2014, infatti, ha visto una svalutazione pilotata della valuta cinese (e delle divise dei Bric), interpretata da molti come un segno di debolezza del gigante economico orientale. E l’incremento dell’export potrebbe facilmente essere letto come l’esito di questa politica valutaria. Ma, almeno a dar retta alla rete, non è questa la ragione che può spiegare la maggiore capacità di penetrazione commerciale della produzione cinese: ciò che doveva avvenire a livello valutario è ormai accaduto, e solo lo 0,7% dei post paventa una ulteriore svalutazione dello yuan, che viene in tal modo a rappresentare la previsione meno accreditata tra quelle che raccolgono percentuali statisticamente significative.

Ne consegue, quindi, che – nelle attese – l’innovazione sia il motore della maggiore presenza della Cina sui mercati mondiali: in altri termini, la corsa verso il basso della qualità e dei prezzi della produzione cinese dovrebbe lasciare il posto a prodotti qualitativamente più competitivi, in grado di “spiazzare” una fetta sempre più consistente di produzione locale asiatica (e non solo). Un cambiamento che, laddove avvenisse compiutamente, sarebbe ovviamente epocale.

L’intensificarsi dei rapporti commerciali troverà un ostacolo nelle differenze di istituzioni politiche, e di garanzie sui diritti personali e civili? Non sembra proprio. A prevalere, infatti, è piuttosto l’impressione che la Cina sarà teatro di nuove repressioni dei diritti civili (21,6%) e la speranza che il Paese sia prossimo ad imboccare un sentiero di democratizzazione raccoglie solo il 4,8% delle opinioni, costituendo il fanalino di coda delle previsioni sulle prospettive politiche cinesi. Ciò nonostante, l’aumento del peso geopolitico di Pechino non è in discussione: lo prevede il 18,4% dei post, e rappresenta una delle voci più accreditate: una Cina più vicina, dunque, ma non una “nuova” Cina.

La Repubblica.it,15/01/2015

 

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