Il ” Made in Italy ” nel campo di lavoro cinese

Nel campo di lavoro di Masanjia, in Cina, i prigionieri confezionavano “decorazioni natalizie destinate alla Corea del Sud” ma anche piumini “che venivano etichettati come “made in Italy””. Il passaggio colpisce come uno schiaffo. E’ contenuto nell’articolo che Andrew Jacobs ha scritto per il New York Times e che l’edizione europea dell’ International Herald Tribune riporta oggi in prima pagina.

NEL LAOGAI Si tratta di un pezzo lungo, articolato, che raccoglie le testimonianze dei sopravvissuti a un laogai che ha assunto una certa, sinistra fama dopo che, fra gli altri, un coraggioso documentarista, Bu Din, ha raccontato che cosa vi succede. Che il made in Italy realizzato da mani di prigionieri possa essere una contraffazione conta relativamente: non consola. L’accostamento tra l’Italia e il lavoro di condannati che hanno descritto pestaggi, torture e abusi di varia natura impone piuttosto di aprire gli occhi. Senza nascondersi niente.

DOCUMENTARI Il dibattito politico e legislativo sull’opportunità di chiudere i campi di lavoro in Cina è una realtà di questi tempi, ed è autentico, anche se il rischio è che la discussione si impantani e non approdi a nulla. Tuttavia che esistano campi come Masanjia è un dato di fatto che tende a svanire dal radar dei politici e dei diplomatici occidentali, preoccupati, in tempi di crisi, di precludersi la disponibilità agli affari di una Cina più che mai irritabile. Il made in Italy di Masanjia, vero o falso che sia, è un promemoria. Che, ad esempio, non faccia dimenticare che il documentarista Du Bin è sparito da prima dell’anniversario della repressione della Tienanmen (4 giugno). E che, ancora, ad esempio, funzionari delle ambasciate cinesi di Pechino e Bangkok stanno mettendo sotto pressione la rete tv France 24 e il suo corrispondente dal Sudest asiatico, Cyril Payen, autore di un documentario, “Sette giorni in Tibet”, girato grazie a un visto turistico (ai reporter è negato l’accesso sia alla regione amministrativa tibetana sia alle aaree tibetane delle province limitrofe). Non tutte le Cine cambiano alla stessa velocità.

Corriere della Sera. 12 Giugno 2013

di Marco Del Corona

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