Il libretto rosso di Mao sopravvive solo nei manicomi

In recenti libri di testo i cinesi hanno dedicato più spazio a Bill Gates che a Mao Zedong, ma nei manicomi del Paese, il Libretto Rosso rivive come terapia per i malati di mente. Quelli veri, ma anche, più probabilmente, i tanti dissidenti rinchiusi come “matti”. Ieri la stampa cinese presentava con orgoglio la cosiddetta “Disneyland della riabilitazione mentale”, i cui pazienti sono curati con slogan e canzoni della Rivoluzione, scritti di Mao ed effigi degli eroi rossi sui muri. È la divisione psichiatrica dell’Ospedale Centrale delle Tre Gole di Chongqing. Secondo un dipendente dell’ospedale, di nome Tan, la cultura rossa aiuterebbe i pazienti a «rafforzare il loro spirito mantenendoli ottimisti». Tale manicomio riflette l’orientamento della provincia, il cui leader Bo Xilai fa rimbombare le vecchie parole d’ordine rivoluzionarie sui media locali. Sintomo, peraltro, della profonda spaccatura della Cina fra le province marittime, ormai capitaliste, e quelle dell’entroterra, più legate al passato. Ma l’episodio è la punta di un iceberg. Si stimano in 100 milioni i cinesi con qualche forma di disagio mentale, mentre il governo ha un piano di espansione dei 550 manicomi del Paese. In uno Stato totalitario, del resto, è definito “disagio” anche il minimo dissenso (o devianza) dell’individuo. Non a caso, “educare le masse” è da 60 anni un pilastro del regime. Che i manicomi siano, anche, mezzi di repressione politica lo segnalano attivisti come Liu Feiye, con la sua campagna “SOS ospedali mentali”. Solo alcuni esempi. Un mese fa è stato rinchiuso nel manicomio di Chaoyang (vicino Pechino) l’ex-funzionario Li Jinping, reo di difender la memoria di Zhao Zhiyang, unico leader del PCC che nel 1989 si oppose al massacro di Tienammen. Nell’Ospedale n.5 di Xiangtan (Hunan) è invece prigioniera l’oppositrice Gu Xianghong, che denunciò gli abusi della legge del figlio unico. Dal 2003 al 2010, poi, Xu Lindong fu detenuto in due istituti, (Zhumadian e Luohe), per aver promosso petizioni popolari a Daliu. Subì 54 elettrochoc, ma le autorità hanno almeno riconosciuto che lo si tratteneva in base a documenti falsi, punendo i funzionari colpevoli e risarcendolo, pur con miseri 110 euro. Quanto alla follia vera, anche quella è preoccupante, con un tasso di suicidi assai superiore alla media mondiale (22 ogni 100.000 abitanti, anzichè 15) e i noti raptus contro bambini delle scuole. Tensioni di una società tormentata che Pechino non può imbrigliare con i versetti di Mao.

Fonte: Libero.it, 13 gennaio 2011

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