Il frutto marcio della politica del figlio unico

In un discorso ufficiale, Mao tse-Tungdichiarò una volta di non temere la guerra nucleare perché la Cina aveva una popolazione di 600 milioni di abitanti, e anche se la metà di essi fosse stata uccisa, ne sarebbero rimasti ancora 300 milioni: era il 1957, e quella frase rappresentava un po’ lo specchio dei tempi.

L’atomica allora era peculiarità solo di Stati Uniti e Unione Sovietica (il programma nucleare di Pechino sarebbe stato completato solo nel 1964), ma il ‘Grande Timoniere’ volle comunque inviare un chiaro messaggio ad Eisenhower e a Khruščëv: se Washington e Mosca avessero voluto conquistare il mondo con le armi nucleari, avrebbero dovuto vedersela con la Cina e con la sua ‘arma demografica’, il popolo. Mao era infatti convinto che la forza della Repubblica Popolare Cinese, sia dal punto di vista militare che economico, stesse proprio lì, in una numerosa popolazione pronta a lavorare per lo sviluppo socialista e a combattere per difenderlo: per questo il leader cinese, dalla seconda metà degli anni Cinquanta, fece varare un pacchetto di misure a sostegno delle nuove nascite. Il risultato fu che negli anni Sessanta la popolazione aumentò con un tasso di crescita mediamente superiore al 25 per cento annuo, passando dai circa 630 milioni di individui del 1961 agli oltre 820 milioni del 1971.

Alla sua morte, avvenuta nel 1976, Mao lasciava in eredità ai suoi successori un Paese di oltre 900 milioni di abitanti, in cui cominciavano a essere palesi i limiti della politica demografica mantenuta fino ad allora: nonostante il tasso di crescita della popolazione si fosse drasticamente abbassato nei primi anni Settanta (complici anche gli effetti della tremenda carestia provocata dagli errori politici del ‘Grande balzo in avanti‘ maoista), rimaneva evidente che la Cina Popolare non aveva risorse naturali sufficienti per mantenere una popolazione che cresceva ancora ad un tasso del 15 per cento annuo.

Di qui la decisione del Partito Comunista di varare, per la prima volta, misure di contenimento della natalità, imponendo matrimoni in età più tarda ed intervalli più lunghi tra le nascite, per far sì che ogni famiglia mettesse al mondo meno figli. Ma i risultati furono inferiori alle aspettative: alla fine degli anni Settanta in Cina il tasso di natalità restava ancora superiore al 10 per cento, e la fatidica soglia di un miliardo di abitantiera ormai prossima.

Nel 1979, dinanzi ad un ostacolo che minacciava di influire negativamente sul nuovo corso economico lanciato da Deng Xiaoping l’anno prima, i governanti cinesi presero una decisione radicale: le nuove famiglie cinesi avrebbero dovuto avere solo un figlio. Era la cosiddetta politica del figlio unico che, mentre la Cina spiccava il volo tra le grandi potenze industriali del Pianeta, veniva implementata con sterilizzazioni imposte dallo Stato e aborti forzati, spesso eseguiti clandestinamente specie verso nascituri di sesso femminile.

Nel 2010, i risultati del censimento mostravano sì un assestamento della crescita demografica al 5 per cento annuo, ma anche un pericoloso squilibrio di genere, con il rapporto nelle nascite di 118 maschi per 100 femmine e con i cittadini maschi che rappresentavano il 51,27% della popolazione totale cinese. E oggi la Cina scopre anche di essere un Paese che invecchia: dal censimento 2015 è emerso che appena il 16,6 per cento della popolazione ha un’età inferiore ai 14 anni, mentre più del 70,1 per cento si colloca tra i 15 e i 59 anni, e il 13,3 per cento ne ha più di 60. Non serve essere maghi della statistica, né della demografia per rendersi conto di cosa succederà nei prossimi decenni: la Cina si troverà in un preoccupante deficit di forza-lavoro, che potrebbe impattare negativamente sulla sua crescita economica.

È forse questo il reale motivo che ha spinto, lo scorso 29 ottobre, il Partito Comunista Cinese ad abbandonare definitivamente la politica del figlio unico, decisione poi ratificata con voto unanime il 27 dicembre dall’Assemblea del Popolo (il Parlamento cinese): un emendamento alla ‘Legge sulla Popolazione e pianificazione familiare’ in vigore dal 1° gennaio 2016 consentirà alle coppie cinesi di tornare finalmente ad avere due o più figli. Ma se dal punto di vista sociale questo provvedimento metterà fine ad una sorta di eugenetica di gender durata troppo, dal punto di vista economico è forse giunto tardi, poiché oltre tre decenni di contenimento delle nascite hanno addensato nubi fosche sul Dragone.

Per l’American Enterprise Institute, autorevole think-tank con base a Washington, il futuro prossimo della Cina è già compromesso: secondo i ricercatori statunitensi, il rallentamento del PIL cinese, che ha cominciato a manifestarsi da un biennio, è attribuibile agli effetti della politica del figlio unico e diverrà ancor più evidente nei prossimi anni, quando entro il 2020 la crescita non supererà il 6 per cento annuo. E nonostante l’abolizione del divieto di avere più figli, la crescita economica continuerà a ridursi anche nel decennio a venire, perché il numero di abitanti in età lavorativa della prossima generazione è già adesso troppo basso. Gli economisti stimano che la popolazione anziana della Cina aumenterà del 60 per cento entro il 2020, contro una popolazione in età lavorativa che andrà a ridursi di circa il 35 per cento. Ciò provocherà un eccessivo costo per l’economia cinese, tanto più che il sistema di welfare locale non è equivalente a quelli occidentali, e quindi non è adeguatamente preparato ad affrontare l’invecchiamento della popolazione.

Timori sulle conseguenze dello squilibrio demografico cinese giungono anche dalla Banca Mondiale. Un rapporto rilasciato ad inizio dicembre stima infatti che in Cina il numero di individui in età da lavoro diminuirà del 10 per cento entro il 2040: ciò significa che entro un quarto di secolo il sistema produttivo cinese si troverà con ben 90 milioni di addetti in meno, con conseguenze facili da immaginare in termini di crescita e sviluppo. Un calo delle nascite ed un contestuale incremento dell’aspettativa di vita sono fattori che rappresentano una serie di sfide per l’attuale sistema economico: la diretta conseguenza di una popolazione che invecchia è rappresentata sì da una diminuzione della forza-lavoro, ma anche da maggiori fondi da stanziare per le pensioni e le tutele sociali, il che comporterà inevitabilmente un aumento delle imposte fiscali o una riduzione degli investimenti per recuperare fondi da stanziare per il welfare.

Secondo gli economisti della World Bank, questa situazione rende improcrastinabile l’avvio in Cina di una serie di riforme riguardanti il mercato lavorativo: ad esempio, Pechino dovrà necessariamente prolungare gli anni di permanenza al lavoro, abolendo gli incentivi al prepensionamento oggi molto utilizzati soprattutto dalle donne. Ma la riforma del mercato del lavoro da sola non basterà: per la Banca Mondiale servirà necessariamente metter mano al sistema pensionistico.

Sulla necessità di riformare il welfare concorda anche il Professor Ma Li, direttore del Centro Ricerche sullo Sviluppo e la Popolazione in Cina, un think-tank associato alla Commissione Nazionale cinese per la Pianificazione Familiare e la Salute: «Quest’anno il Governo cinese dovrà vedersela con un deficit pensionistico, il che vuol dire contributi insufficienti a coprire il costo delle pensioni da pagare. L’eliminazione degli incentivi all’uscita anticipata dal lavoro potrebbe tuttavia alleggerire gli oneri sul sistema di welfare e rendere migliore l’impiego della forza lavoro nazionale», ha dichiarato recentemente Ma al tabloid cinese ‘Global Times’, insistendo sul fatto che adesso conviene utilizzare meglio il potenziale della forza lavoro esistente, invece di attendere gli effetti delle nuove politiche governative per l’incremento delle nascite.

Anche Philip O’Keefe, economista della Banca Mondiale, denota scetticismo verso una ripresa del tasso di natalità come conseguenza del superamento della politica del figlio unico: «Secondo la nostra ricerca, solo un quarto degli intervistati ha intenzione di mettere al mondo un secondo figlio dopo l’eliminazione del divieto», ha dichiarato a Pechino durante la presentazione del Rapporto di cui è autore. Per O’Keefe, la possibilità ora di avere due o più bambini non inciderà più di tanto sulla crisi demografica, perché a spaventare le coppie cinesi sono gli alti costi di mantenimento che un figlio comporta, più che le sanzioni dello Stato. Secondo Ma Li, la soluzione al problema del gap lavorativo previsto dalla Banca Mondiale per il 2040 starebbe nell’innalzamento dell’età pensionabile a 65 anni: in questa maniera l’industria cinese potrebbe avere a sua disposizione circa 100 milioni di lavoratori entro il 2045.

Queste dichiarazioni sembrano dunque delineare un progetto di riforma che è già sul tavolo del Governo: come confermato dal Ministero per la Sicurezza Sociale, l’esecutivo del premier Li Keqiang sta programmando un approccio graduale per spostare in avanti l’età della pensione, che oggi è di 60 anni per gli uomini, 55 per le donne con mansioni impiegatizie e 50 per quelle che lavorano come operaie.

In tutto ciò resta però un’incognita, ovvero l’inevitabile malcontento generato da una riforma impopolare, che in una matura democrazia occidentale si concentrerebbe nel dibattito politico maggioranza-opposizione nei luoghi istituzionali e in manifestazioni di protesta in piazza, ma in un sistema monopartitico come quello vigente in Cina le cose potrebbero prendere una piega diversa. Prima di far ingerire ai cinesi l’amara medicina, Pechino dovrà trovare un modo di addolcirla. Se e come sarà in grado di farlo è ancora tutto da scoprire.

Fonte: L’Indro, A. Ronga, 5 gen 16

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